Oggi parliamo di un cult horror del 1982. Il film è Poltergeist – Demoniache presenze del buon Tobe Hooper alla regia e con un tutto fare Steven Spielberg al soggetto, produzione, alla sceneggiatura e al montaggio (non accreditato).

Trama

Spiriti vendicativi emergono dai canali televisivi e catturano una ragazzina, Carol Anne (Heather O’Rourke), portandola “dentro” il televisore. Conseguentemente, mettono in subbuglio prima la famiglia e poi l’intera comunità di un complesso residenziale costruito sopra un antico cimitero indiano.

 

 

Sigla!
Contesto

Siamo nel 1982. Viene pubblicato Thriller di Michael Jackson, l’album musicale più venduto di tutti i tempi. Viena lanciata la vendita al dettaglio del Commodore 64. È il primo compleanno del CD, tecnologia oggi ormai obsoleta, che in brevissimo tempo sostituirà cassette e vinili.

La Siria è il teatro dell’inizio del massacro di Hama. In Groenlandia prende vita il referendum popolare che sancisce la volontà popolare, con una maggioranza del 53%, di abbandonare la Comunità Europea.

In Italia le forze dell’ordine catturano Giovanni Senzani, una delle menti principali delle Brigate Rosse. Viene arrestato il venerabile Licio Gelli, Gran Maestro della loggia massonica P2. Viene annunciato il luogo di prigionia di Aldo Moro. Il boss mafioso Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile, avvia la collaborazione con la magistratura italiana.

Gli anni 80, inoltre,  sono senza ogni dubbio gli anni di Ronald Reagan e del suo edonismo. Vi lascio a questo proposito un pensiero riassuntivo del Prof. Alessandro Campi docente di storia delle dottrine politiche.

 

Questo il pensiero di Umberto Eco in merito (tratto da un articolo d Umberto Eco intitolato “La società liquida” su L’Espresso in data 29 maggio 2015): «Emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile: una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica), e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti i costi, l’apparire come valore […] e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo.»

LA Periferia

L’horror su tutte ha una qualità unica, quella di affrontare questioni sociali, politiche, sessuali, umane, in modo indiretto, allegorico, viscerale. In altre parole in una forma che in altri generi risulterebbe didascalica e retorica. Poltergeist ne è sicuramente un esempio.

L’opera è ambientata nella periferia americana. Quella con le case tutte vicine. Tutte uguali. Belle. Confortevoli. A sensazione anche finte. Un piccolo purgatorio, rigorosamente costituito da “amabili uomini bianchi”. Una periferia che entra in gioco già dai primi istanti, a corredo delle note di The Star-Spangled Banner (l’inno americano) e che resterà sempre presente, quasi da risultare un personaggio principale dell’opera. Quella dove i bambini giocano con le macchinine e fanno scherzi al lattaio. C’è persino un camioncino dei gelati. Dove gli uomini adulti si radunano per vedere il football. Le donne invece si ritrovano a… in realtà non si sa che fine facciano, che volete ce ne importi?!

Poltergeist parla dei Freelings, i genitori Steve (Craig T. Nelson) e Diane (JoBeth Williams) e i loro tre figli, Dana (Dominique Dunne), Robbie (Oliver Robins) e Carol Anne (Heather O’Rourke). Steve è un agente immobiliare di successo che lavora per la società responsabile della costruzione delle case in cui vive la sua famiglia e i suoi amici. Il loro problema più grande è capire esattamente dove dovrebbe andare la piscina del cortile e quanto dovrebbe essere profonda, fino al momento in cui delle presenze demoniache infestano la casa rapendo la piccolina, ovviamente.

L’ansia di classe nel film è molto palpabile. C’è di più in gioco per i Freelings che mostri e orrore fini a se stessi. La vita della famiglia viene sconvolta, Steve smette di andare a lavorare, Dana va via a stare a casa di un amico e tutti perdono il sonno. L’intera casa è sotto-sopra e una stanza è totalmente off-limits. La cosa affascinante è che non ci sia alcuna indicazione che qualcosa non vada dall’esterno della dimora, se non per un lampione che fa intermittenza, ma le loro vite sono state sconvolte e i Freelings sono distrutti. Nessuno del vicinato si accorge di nulla, e anche nel momento in cui viene supplicato di venire in aiuto, resta rintanato nel proprio egoismo domestico.

Il film è efficace proprio perché manipola gli spettatori e trasmette una paura riconoscibile: una famiglia “normale” della classe media, come possono esserlo in tantissime, si ritrovano in una casa che dà loro problemi fino al punto di perderla. Negli anni di Reagan e Bush, molte persone persero la casa e non era insolito che le famiglie della classe media e alta cadessero in uno status di classe inferiore. Un ascensore sociale che punta verso il basso.

amabili uomini bianchi che guardano la TV

Poltergeist posiziona i bianchi come addetti ai lavori e le persone di colore come accessori manovali, come si conviene nei film horror. Tutti gli amici di Steve sono bianchi e nessuna persona di colore è mai ritratta come residente nel quartiere, come fossero estromessi dal sogno americano. L’unica persona di colore con un ruolo importante è Ryan (Richard Lawson), che è un membro del team di investigatori sul paranormale, venuti in supporto della famiglia. Sembra un personaggio un pò appoggiato lì. Un pò paraculo se volete. Ryan non ha altro da fare che aiutare i personaggi bianchi, con la tipica secondarietà di una persona di colore in un film horror anni ’80. È un innocuo outsider.

Ci sono altre persone di colore, con ruoli minuscoli, che sono raffigurate peggio di Ryan. Sono lavoratori di una squadra di costruzione, incaricati di costruire la nuova piscina nel cortile, proletari, estranei che lavorano solo per i Freelings e non vivono nella zona. Come dice il filosofo Douglas Kellner, questi uomini sono “tipi etnici dalla pelle scura, un po ‘rozzi e vagamente minacciosi”. Queste figure le ritroviamo per poche sequenze, ma sono ritratte come un pericolo per la famiglia e la casa, estranei che spaventano le famiglie bianche che vivono nel quartiere. In un caso il pericolo è addirittura sessuale poiché due di loro fissano e fischiano in modo inappropriato Dana, un’adolescente. In un’altra occasione uno di loro cerca di rubare caffè e cibo dal bancone della cucina infilandosi dalla finestra. Diane lo ammonisce e mette in chiaro che non ha posto in casa per lui. Ridono tutti. Sembra uno di quei cartoni animati che non hanno intenti maliziosi ma finiscono per sollevare disastri politici.

La norma quindi è rappresentata dalla famiglia borghese bianca, mentre l’alterità è rappresentata dalle persone di colore. Questo gioca sulla paura che un’invasione razziale distruggerà l’utopia urbana della classe media.

Uomini bianchi, TV e “uomini della TV che stanno arrivando” dunque. Chiaramente il tutto fa presagire un accusa al pericolo che i mass-media ricoprono per i giovani e non solo. Un tema, accennato e in nessun modo retoricamente abusato che ci riporta al finale dove la quiete è rappresentata da una umile stanza di motel e il televisore lasciato fuori dall’uscio.

La famiglia, IL Patriarcato…AH no!

Viste le premesse ci si immagina che Diane sarà un personaggio femminile stereotipato. È il 1982 e papà va a lavorare mentre la mamma resta a casa con i bambini. Papà guarda lo sport e beve con i suoi amici mentre la mamma fa cose da mamma, o comunque quello che ci hanno insegnato a metabolizzare come tale. Alla fine papà salverà la situazione, è il suo destino. Dai è ovvio!

In realtà non è così che vanno le cose. Diane non è una damigella in pericolo che aspetta di essere aiutata da un uomo. Diane è al centro della scena insieme ad altre due donne: Dottoressa Lesh (Beatrice Straight) e Tangina (Zelda Rubinstein). La prima guida la squadra di investigatori del paranormale mentre il secondo è la spiritualista che scopre come raggiungere Carol Anne nel mondo degli spiriti. Il trio di donne non fa affidamento sugli uomini per riportare a casa Carol Anne in sicurezza. Sono le donne a controllare il corso e gli eventi. La dottoressa Lesh è accompagnata da due tecnici maschi, ma lei è chiaramente responsabile e conduce le indagini sulla scomparsa di Carol Anne. I tecnici sono lì solo per installare le attrezzature e supportarla. Tangina è la vera e propria chiave per la risoluzione.

Steve, di contro, trascorre la maggior parte del suo tempo a guardare, cosa solitamente richiesta di fare alle donne nei film, mentre l’eroe maschio salva la situazione. Quando inizia il salvataggio finale, Diane è quella che intraprende un pericoloso viaggio nel mondo degli spiriti, trova Carol Anne e la riporta a casa sana e salva. Steve, nel frattempo, guarda passivamente lei e le altre donne affrontare il soprannaturale. Le donne hanno più potere degli uomini e si fanno carico quando si tratta di identificare il problema e risolverlo.

1982 vs 2015

Omonimo nel titolo, Poltergeist, è il remake del 2015 diretto da Gil Kenan. Le analogie si fermano praticamente al nome.

Il remake si differenzia immediatamente minimizzando in modo evidente la significatività del quartiere. Da quanto si vede sembra essere un quartiere borghese simile a quello dell’originale, ma non ci sono sequenze di ragazzi che vanno in bicicletta o giocano per strada. Non c’è un gruppo di amici che bazzica a guardare un evento sportivo e non c’è un camioncino dei gelati. Il remake suggerisce che il quartiere ha poca importanza e non ha niente di particolarmente speciale. Questo fa perdere potenza al messaggio, ma può anche starci visto il periodo storico differente.

I Bowen (questo il nome della famiglia nel remake) non sono così benestanti come i Freelings, anche se in base a come sono raffigurati nel Poltergeist remake nessuno nel loro quartiere lo saprebbe. Neanche noi se non ce lo dicessero. Sebbene i Freelings siano una convincente famiglia della classe media, sin dall’inizio le disavventure economiche dei Bowen non suonano vere. Nessuno dei genitori ha un lavoro e la loro situazione finanziaria dovrebbe essere precaria. Eric ha appena perso il lavoro e Amy ha intenzione di scrivere un libro. La casa che prendono ad abitare è chiaramente una bella casa spaziosa in un delizioso quartiere, il che può voler dire solamente che se la famiglia si sta drasticamente ridimensionando, deve aver vissuto in una magione fino quel momento. Il fatto che i Bowen siano in grado di acquistare una comoda casa borghese in un bel quartiere mette a dura prova la credibilità del tutto. Nel 2015 la crisi immobiliare non era finita e milioni di americani erano alla canna del gas con il proprio mutuo. Un occasione ghiotta per rappresentare le ansie contemporanee. Sarebbe potuto essere uno spunto interessante di riflessione. Niente.

Il remake di Poltergeist sembra rialzare il tiro quando una carta di credito viene rifiutata in modo imbarazzante in un negozio di articoli per la casa. Ma una carta di credito diversa, sempre nella stessa sequenza, finisce per funzionare in modo che Eric sia ancora in grado di acquistare tutto ciò che desidera, per poi sperperarlo per i videogiochi dei suoi figli. Il film ci dice una cosa ma ce ne mostra un’altra. I Bowen non sembrano mai realmente essere in una situazione finanziaria pericolosa e l’opportunità di ritrarre una famiglia che vive una grave ansia economica viene messa da parte.

Al contrario della sua versione del ’82 fa di tutto per essere apolitico e non ha nulla da dire sulle ansie della classe media. Elimina gli elementi che rendono interessante l’originale e non commenta le preoccupazioni sociali o culturali o la vita nell’America contemporanea.

Ancora peggio è il modo in cui mette in disparte le donne e presenta un protagonista maschile che impedisce a sua moglie di lavorare. Nonostante siano trascorsi tre decenni, Amy è un personaggio regressivo. Il remake di Poltergeist si aggrappa a nozioni obsolete di ruoli e responsabilità di genere, relegando Amy ai margini, sostituendo Tangina come personaggio esperto del sovrannaturale con Carrigan (Jared Harris) stronzo prepotente che sminuisce il personaggio della dottoressa Powell con umilianti battute, ma che alla fine è inesorabilmente riscattato dal comportamento eroico, di cui sono invece protagoniste le donne nell’originale. La potenza femminile è solo un ricordo, la situazione è completamente ribaltata.

Il remake si fregia di includere anche un’altra tendenza frustrante nei film di Hollywood, “grazie” a Amy e il suo ruolo di moglie unidimensionale la cui identità è completamente definita dall’essere moglie e madre. Non fa nulla di lontanamente interessante ed esiste solo in relazione a Eric. Anche se compare in una moltitudine di scene, Amy è raramente se non mai separata da Eric. Non esiste fuori casa e il suo valore è determinato dal suo rapporto con il marito. Amy non va nel mondo degli spiriti per salvare sua figlia come fa Diane, è il fratello Griffin a farlo al suo posto. Amy non è un personaggio attivo e si mette al fianco di Eric mentre avviene il salvataggio.

Un altro aspetto da cui il remake si guarda bene è dare un volto umano al capitalismo e all’avidità. Nell’originale, Steve è lodato per aver avuto successo nella vendita di case e la sua abilità consente a Steve e alla sua famiglia di vivere una vita confortevole in un quartiere perfetto. Dopo che Carol Anne è stata “rapita”, il capo di Steve si lascia sfuggire che gran parte del quartiere è stato costruito sopra un cimitero le cui lapidi sono state spostate ma le tombe no. L’uomo rappresenta un avido capitalista che mette la proprietà privata al di sopra di ogni altra cosa. La famiglia soffre per il desiderio di uno stile di vita borghese, punita per i peccati di un uomo consumato dall’avidità e dalla ricchezza. Il remake ignora l’elemento umano dell’avidità e del capitalismo. Anche la casa di Bowens è stata costruita su un cimitero, ma tale informazione viene condivisa casualmente ad una cena. Steve rimprovera il suo capo per le azioni della compagnia, ma niente del genere accade nel remake e nessuno è ritenuto responsabile. Il male non ha colpe umane identificabili. Proprio come il significato del quartiere stesso è minimizzato, così è l’avido capitalismo che è direttamente responsabile della situazione in cui si trovano i Bowens.

Questo film fallisce miseramente, su tutto, su quella che è la qualità più grande dell’originale, ovvero essere una perfetta instantanea dei tempi che racconta.


Poltergeist è un film imperfetto, un’opera che si perde in delle contraddizioni ideologiche. Le sue posizione sono poco taglienti, alquanto democristiane, per quanto celebri infatti da una parte lo status quo borghese, da un’altra ne evidenzia il pericolo. Suggerisce che non c’è niente di meglio che vivere in periferia con il coniuge e i figli, ma di fuggire quando le cose si fanno difficili. I valori della famiglia del film sono innegabilmente conservatori e l’agire ed il pensare dei Freelings non è minimamente messo in discussione, poiché i cattivi in questa storia sono i capi di Steve. Non c’è concorso di colpa.

Personalmente avrei voluto vederci più Tobe Hooper e meno Spielberg. L’unica sequenza che mostra un accenno alla sensibilità di Hooper è il climax, in cui una schiera di cadaveri in decomposizione erutta da una piscina fangosa (a quanto pare, questa, è la scena meno preferita di Spielberg in tutto il film).

I Freelings nella loro finzione sono immensamente reali. Si potrebbe giurare che siano una vera famiglia. Craig T. Nelson e JoBeth Williams sono una coppia brillante con una grande chimica, specialmente durante la prima scena in cui chiacchierano a letto la sera, leggendo una monografia su Regan (Reagan, the Man, the President) e fumando una canna. Non si direbbe, ma niente è forzato, sembra tutto genuino (tranne per quella porta che emette sinistri cigoli anche se la casa è nuova di zecca). Resta dunque un film che nonostante i difetti, oltre che essere divertente ed un cult indiscusso, ha l’ardire di affrontare con intelligenza una realtà americana molto poco messa in discussione in quel periodo storico da Hollywood.

Lore.

Steve: “Tomorrow I’m going to call someone.”
Diane: “Like who? I looked in the Yellow Pages. “Furniture Movers” we’ve got; “Strange Phenomenon”, there’s no listing.”


Vivere Maalox: Caro Diario • Complicated Driver

Lorenzo Quarta
Chi mi conosce me lo avrà sentito dire tante volte: amante dei linguaggi e non delle lingue. Potrebbe non avere senso, ma nessuno mi ha mai contraddetto, quindi tant’è. Molto amante del "less is more" o semplicemente indolente. Ciao. 🐱

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