“Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento: tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te e vigile, e nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia”

Questa è la diagnosi che la dottoressa dà ad Elizabeth Volger, attrice diventata muta dopo un evento traumatico. La citazione riportata, a dire il vero, non è una diagnosi: la vera diagnosi infatti, quella psicofisiologica, non dà spiegazioni, la signora Vogler è in salute. La riflessione della dottoressa è un tentativo di interpretare il dramma dell’attrice che, a parer suo, prova a difendersi dalla realtà con il mutismo: non esprimendo i propri pensieri non dovrà recitare la sua parte nella vita reale, resterà sè stessa, proverà a colmare quell’abisso con il suo silenzio. Sembra capace, in questo modo, di sconfiggere il mostro che abita quell’abisso, di mettere fine alla sua crisi di identità.

Funziona? Difficile a dirsi. In primo luogo, il mutismo in realtà non è di per sé una completa astinenza dalla comunicazione: l’attrice continuerà a esprimersi, anche se di rado, con le espressioni del volto, tramite i suoi sorrisi/smorfie. Questi saranno determinanti nel corso del film: i suoi sorrisi la faranno entrare in confidenza con la sua infermiera Alma, ma le smorfie celate dietro di essi la feriranno, rivelando la natura di superba e sprezzante giudice di Elizabeth. Estremizzando, possiamo dire che anche la sua sola presenza nella stanza continua a comunicare, ad esprimere pensieri e dunque a partecipare alla grande menzogna della vita. Il tentativo, quindi, sembra futile. Come fare, allora? Non è rimasta nessun’altra via per chi, come Elizabeth, non sopporta l’ipocrisia delle maschere che siamo costretti a mettere ogni giorno?

Per rispondere a questa domanda passiamo ad un’altra opera intitolata Persona, proprio in riferimento al film di Bergman: il sesto album di Fabio Rizzo, in arte Marracash. Il dilemma dell’attrice del film è fatto proprio dall’artista, che ritorna più volte sugli stessi temi e addirittura riporta la riflessione della dottoressa citata sopra alla fine del brano di apertura dell’album. Se seguiamo la tracklist del disco, la risposta dell’artista al problema viene subito espressa dopo la citazione di Bergman, nella sporca introduttiva del secondo brano, per poi essere ripetuta, quasi come un mantra, allo stesso modo nel penultimo brano dell’album. Una frase lapidaria, potente e assoluta:

“Butta fuori i tuoi pensieri o finiranno per ucciderti”

La proposta è radicalmente opposta a quella della Vogler: non più il mutismo, non la mancanza di comunicazione, ma la più sfacciata apertura e sincerità. Se Elizabeth voleva contenere il mostro nell’abisso per sconfiggerlo, l’artista capisce che il mostro va portato fuori per colmare il crepaccio: riempire il divario tra chi siamo per gli altri e chi siamo per noi stessi tirando fuori ogni aspetto più oscuro e recondito della nostra persona, anche il più mostruoso e inaccettabile. Da questa frase sembra che l’unica via di salvezza sia smascherarsi autonomamente, per combattere i nostri mostri nella realtà esterna, non più in noi stessi.

Ma cosa succede quando ci riusciamo? Cosa ci accade quando buttiamo fuori i nostri pensieri per evitare che ci uccidano, per ricolmare l’abisso che separa ciò che siamo per gli altri da ciò che siamo per noi stessi? Cosa succede quando il mostro viene fuori? C’è una lotta sanguinaria, liberatoria, epica: siamo entrati nel Fight Club.

Il dilemma è più intricato di quanto sembri: come potremmo mai accettare come parte di noi un simile mostro, composto dalle nostre parti più inaccettabili? No, non possiamo. Quello che possiamo fare, forse, una volta cacciato fuori, è farcelo amico. E’ quello che succede a Tyler Durden, il protagonista di Fight Club, che riversa nel suo alter ego tutte le sue idee più recondite, più viscerali, più oscure. Inizialmente prova a battersi con lui, invano: pensa di star combattendo contro qualcun altro, non contro se stesso, perciò non può vincere. Alla fine della storia, però, trionfa: riesce a sconfiggere il mostro solo quando lo avrà accettato come parte di sé. Per quanto sembri semplice a parole, in realtà Tyler dovrà passare l’inferno prima di accettarsi nel complesso, prima di capire che il mostro è parte di lui.

Una delle tante conseguenze di questa lotta è ben espressa dall’articolo in cui il protagonista si imbatte durante la storia: i protagonisti di quelle pagine sono gli organi delle persone, che raccontano secondo il proprio punto di vista. È esemplare, perché la frammentazione in parti, come quella in organi, è proprio quello che succede a Tyler: quando il mostro viene fuori e si personifica come un corpo esterno, la persona di Tyler nel complesso inizia a sgretolarsi, come un arco senza chiave di volta. Inizia a riconoscere e a decomporre la propria vita in parti autonome, indipendenti dal suo volere, come frammenti di un puzzle senza immagine di riferimento. È proprio per questa ragione che la sua vita viene presentata all’inizio nel complesso tramite la semplice e sterile elencazione di singoli pezzi: l’insonnia, la vita d’ufficio, i viaggi lavorativi in aereo, l’ossessione per i mobili. Eppure nessuna di queste parti prese singolarmente riporta alla persona di Tyler, a quello che è realmente: è come se il puzzle avesse i pezzi incapaci di combaciare, organi di un corpo incapaci di cooperare. Tyler manca di qualcosa, di un principio che leghi tra di loro le parti della sua vita; Tyler, come presentato all’inizio del film, è anonimo, manca di identità.

Lo stesso processo lo ritroviamo nell’album “Persona”, in cui non a caso ogni traccia ha come sottotitolo un organo. Così come Tyler personifica la sua parte più oscura in un alter ego, anche Fabio fa lo stesso con Marracash. Da questa scissione l’identità dell’autore rimane sgretolata ed i frammenti sembrano non combaciare tra di loro, manca un pezzo. Se sbirciamo nell’album successivo a Persona, l’ultimo uscito “Noi, loro, gli altri” troviamo la conferma a quanto detto poco fa, nella canzone IO. Il pezzo mancante del puzzle, in entrambi i nostri casi, è proprio l’Io, il principio identitario che permette di distinguersi dagli altri, che permette di definire le parti come appartenenti al tutto. “Io che non sono più Io, […] Io tutto, Io niente”: è così che si sentono sia Tyler che Fabio, privi di quel principio che li leghi assieme, un principio impalpabile, “io niente”, ma che dà senso al quadro generale, “io tutto”.

Quello che si apre davanti ai nostri occhi, alla fine di questa analisi, è un bivio, una scelta irrisolvibile se non con una presa di posizione netta. Da una parte abbiamo la strada percorsa da Elizabeth Vogler, il mutismo forzato per evitare di recitare il proprio ruolo nella vita reale, la reclusione dei nostri mostri nell’abisso che si forma tra chi siamo davvero e chi siamo per gli altri. Dall’altra parte c’è la strada di Tyler Durden e di Marracash, tirare fuori il proprio lato più oscuro, lottando contro il nostro alter ego malvagio, perdendo la capacità di riconoscerci in noi stessi. Quello che scegliamo per le nostre vite determina la nostra persona: allontanare gli altri per preservare la nostra identità e nascondere i nostri pensieri più reconditi o liberare quei pensieri, con il rischio di perdere noi stessi?

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