Non c’è nessun giradischi in questa storia. Non c’è una puntina che scorra su un disco vecchio quarant’anni, non c’è un ricordo amarcord, non ci sono bastoni da tirare sulle dita quando si sbaglia.

Non c’è nessuna sigaretta a sputare fumo per fare da contorno a un film in bianco e nero. Non ho mai messo in bocca un drummino: ho deciso che non mi piaceva, senza provarlo.

Siamo nel 2022, un pc sul letto, Spotify aperto sulla playlist Fabi- Silvestri- Gazzè- Bersani, Tik Tok che manda in ripetizione lo stesso video in loop da un’ora, una finestra aperta su una città inutile. Assopite, io e lei, a guardarci in un liquido amniotico di noia.

La stagione è dolcemente indecisa e fa da mantello a questi giorni insopportabili e ai miei problemi di stomaco che non vogliono passare e alle regole asfissianti che mi do, così dure da darmi il permesso di violarle.

Fuori: silenzio. Dentro: silenzio.

Non piove, non c’è il sole. Il vento non sfiora i palazzi. È tutto immobile. Io sono immobile, in mutande sul letto, accanto a una tavoletta di cioccolato fondente e a un pc e a Spotify aperto e a Tik Tok che manda lo stesso video, in loop, ancora e ancora. Eppure, il mio corpo, in apparenza morto in un’assenza di movimento, è, al suo interno, stuzzicato da una lama violenta sottile, che gli fa il solletico e lo morde e lo gratta.

La mia ansia mi ha riconosciuto di nuovo ed ha stabilito che l’autunno, così privo di personalità, fosse un buon periodo per venirmi a trovare.

Il mio antico perfezionismo mi ha suggerito di resistere, ancora. Non posso fallire. Non posso dare prova a tutti di essere una perdente. Devo resistere: avere pazienza. Sperare che le cose cambieranno. Anche se sono in una città inutile e immobile, anche se il vento non accarezza gli alberi e le case. Anche se sono una straniera e non c’è modo che io finga di non esserlo.

Persino i grandi centri commerciali non mi ricordano più casa mia. Non la trovo in nessun angolo di strada. Non la trovo nei volti delle persone, nelle foto in bianco e nero che ho attaccato al muro dove c’è la mia gente; non la trovo nella mia pelle che non viene oramai abbracciata quotidianamente dallo smog che ho conosciuto nell’anno della mia libertà. La trovo, a volte, negli occhi del mio fidanzato, che dall’altra parte di uno schermo ascolta i miei lamenti e mi guarda piangere e parlare e pensare che ho bisogno di vivere e che qui vivere non mi riesce proprio. Assorbe il mio dolore e se ne fa un po’ carico, così che quegli occhi caserecci si fanno malinconici e si chiedono perché sono impotenti di fronte alla disillusione.

Non credo che i miei sogni si siano persi. Credo che ci siano e che cerchino di farsi sentire e che bussino da sotto la mia carne perché io li raccolga e li mischi col reale. Eppure, non so proprio che farci. Non hanno terreno fertile per crescere; per diventare piante e fiori e frutti: restano aggrappati a una terra morta, nell’attesa che piova così forte da farli venire fuori, più forti e sani di prima. Pare, però, che questa attesa non passerà in fretta e che ricoprirà il tempo dei mesi da trascorrere lontani da casa.

Mi lascio cadere. Mi godo la mia solitudine, con fatica, difficoltà, pazienza. Aspetto. Mi guardo intorno- non ci trovo granché. Mi abbandono alla noia e alle braccia di chi sta lottando al posto mio, con più vigore di me.

Non è vero che partire è una cosa semplice: lo è solo per chi vuole trovarsi. A me, invece, sembra solo di essermi persa.

Chiara Trio
Studentessa di Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, ha 20 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.

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