Si dice che chi è nato tra settembre e ottobre sia irrimediabilmente indeciso. Questioni di segni zodiacali. La mia carta natale, per esempio, è una tragedia. Bilancia ascendente bilancia Mercurio in bilancia, con l’unica eccezione della Luna: in aquario. Allora, con questa scusa qui- dei segni, dico- ho giustificato i miei tempi lunghi di selezione del piatto giusto a tavola, i miei giri in tondo nel centro della città prima di incontrare la gelateria migliore, le ore passate al supermercato nel reparto surgelati, gli amori scambiati, lasciati e ripresi quando mi andava, i mesi trascorsi a piangere e a lamentarmi prima della scelta dell’università. Come Sheldon Cooper (The Big Bang Theory), vivo in un’ossessiva ricerca della perfezione. Sarà per questo, forse, che non ricordo un mio compleanno in cui non abbia pianto perché le cose non combaciavano con gli scenari armonicamente combinati nella mia testa, né un Natale in cui non abbia fallito nel mostrarmi soddisfatta davanti a un regalo del tutto deludente rispetto alle mie elevate aspettative.

Niente male, come prospettiva esistenziale.

In effetti, ho dovuto imparare a mie spese che non era il caso di continuare a progettare e ad immaginare, distaccandomi dalla realtà. Almeno, non fino a quel punto.

Ottobre, 2019. Quinto superiore e otto mesi alla maturità. L’aula è grande, piena di gente. C’è un tipo interessante, capelli lunghi. Un artista, forse. Lo avrei ritrovato in un’altra situazione, tempo dopo, e avrei ripensato subito a quell’aula, grande e piena di gente e a lui, seduto lì, con i capelli lunghi e l’aria d’artista. Io gli sono accanto e alla mia destra, immancabile, Giulia. Lei sembra tranquilla, quasi allegra. Scatta foto dal suo IPhone, per chiedere ai suoi followers cosa faremo della nostra vita. Arriva un uomo, sulla cinquantina. Inizia a discutere la sua lezione. Scrive formule, sulla lavagna; parla di banche. Poi ci divide in gruppi, ci dà dei fogli, ci assegna un compito. Giulia si alza, io con lei. Lasciamo l’artista tra i banchi a seguire l’open day e usciamo dall’università, con un’unica consapevolezza: non studieremo economia.

Oggi, marzo 2022, io e Giulia siamo entrambe iscritte ad economia. Da due anni.

Prima dell’impulsiva scelta finale di iscrivermi ad economia, nel corso del mio ultimo anno di liceo le cose sono andate più o meno così: economia aziendale- Centro Sperimentale di Cinematografia- astrofisica- crisi- Dams- lacrime- Firenze- riunione familiare- management- crisi- arte ed eventi culturali- lascio tutto e non prendo nemmeno il diploma- litigio con madre- Roma- prendo una magistrale in fisica- Bologna- scienze della comunicazione- Lecce- lettere moderne- me ne vado in Spagna e poi decido- Milano- basta non ce la faccio- scuola di scrittura- litigio con padre- Torino- economia dei beni culturali- Milano. Bingo.

Con gli uomini, è sempre andata pressappoco allo stesso modo. Con l’unica differenza che le opzioni vagliate in vista del mio inizio universitario, quando ero la sola ad essere coinvolta, non si sono di certo offese se, ad un certo punto, le ho abbandonate a metà strada senza dare grandi spiegazioni. E con l’aggravante che dai ragazzi che ho frequentato e poi lasciato, di tanto in tanto, ci sono tornata, per poi andare via un’altra volta. È come in “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”, dove Troisi fa di tutto per riconquistare la ragazza che è convinto di amare e alla fine, quando ci riesce, si accorge che non è davvero ciò che vuole.

Ho pensato spesso che fosse il mio cervello ad ingannarmi. Che si divertisse a prendermi in giro, a mescolarmi le idee e le illusioni come meglio desiderava, per poi lasciarmi senza fiato e con il caos più totale dentro la testa. Ho pensato che fosse colpa del mio segno zodiacale, che nascere a settembre fosse una sciagura e che nemmeno la mia Luna in aquario potesse salvarmi.

E invece.

A quanto pare, il problema era tutto mio. E del mio maledettissimo non saper scegliere. Ma non scegliere o lasciare che qualcun altro lo faccia per me è già una scelta: precisa, definita, inesorabile. E cado nel rischio, ancora e ancora, di non appartenermi mai.

Chiara Trio
Studentessa di Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, ha 20 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.

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