Tipo strano, il barista.

Insomma, voglio dire, abbiamo tutti un po’ il concetto di barista.
Appollaiato dietro al bancone, aria strafottente, sguardo territoriale.
Tendenzialmente è molto territoriale, il barista.
Poco teatrale, ma a volte si diverte anche lui.

Ma diamogli un nome al barista, che poi magari “barista” diventa ridondante.
Immaginiamocelo sul metro e ottanta, slanciato, barba incolta e carnagione olivastra.
Francesco?
Mh, no.
Meglio Andrea.

Anzi, Enrico.

Enrico, il barista del vostro bar di fiducia.
Quel bar che sapete benissimo non essere il migliore, né il più frequentato, né il più conveniente, ma quello a cui attribuite una personalissima aura, quasi umana, particolare in quanto vostra.

Ecco, voi entrate in quel bar e trovate Enrico.

Strafottente, dicevamo.
Esageratamente, aggiungerei.
In postilla, una grande testa di cazzo.

Lo vedete a difesa del suo micro-regno, guardingo, la prima volta che ti ha visto ti avrà buttato sicuramente un’occhiataccia.

Sicuramente.
E poi come lo biasimi? Tu invadi il suo habitat, non ti puoi aspettare altro.

Buongiorno, buonasera, per favore, grazie e arrivederci, gli devi dire.

Che se non glielo dici si incazza.

Fidati, si incazza, senza fartelo vedere, ma si incazza.

Però non abusare della formalità cordiale, che poi pensa che lo stai prendendo per il culo.

Te l’ho detto che è un testa di cazzo.

Fa l’altezzoso, che poi che cazzo fai l’altezzoso Enrico, che al 90% indossi un grembiulino, posizionato puntualmente ad altezza pacco.

Ricapitoliamo, sul metro e ottanta, slanciato, barba incolta carnagione olivastra, testa di cazzo.

C’è una storia, in realtà ce ne sono tante, innumerevoli, impossibile raccontarle tutte, ma siate sicuri che ne verranno ricordate molte, a titolo esemplificativo.

Della maggior parte di queste storie, e mi dispiaccio, non possiamo verificarne la veridicità.

Voi prendetele per buone.

C’è una storia sul suo primo giorno.

Lui la racconta, rimaneggiandola, paragonando il corso per diventare barista che ha seguito con l’accademia militare.

Ma Enrico stai parlando seriamente? Come se ti fossi dovuto svegliare la mattina alle sei e fare cappuccini! Che cosa avresti fatto? Pulire il bancone mentre il cliente stronzo ti insulta per non fargli vedere che stai per scoppiare a piangere?

Enrico non ha fatto nessun corso, lo zio è il proprietario del bar.

E il barista wannabe voleva trovare un lavoro perché “No credimi, l’università non è il mio ambiente, poi volevo iniziare a smettere di chiedere i soldi ai miei”, e ha i genitori milionari.

Anche paraculo, Enrico.

Ma restiamo sulla storia del suo primo giorno.

Si narra che, dopo aver preso un po’ di confidenza con il luogo, nel lasso di cinque minuti sapeva già tutti i nomi, i titoli, i soprannomi e i patronimici dei vecchietti seduti al tavolino in fondo a destra.
Anni e anni di quel nonnismo tanto radicato nell’assetto culturale superati da una buona memoria e spirito d’adattamento.
Era diventato il preferito di tutti saltando quel fisiologico periodo di gavetta, colmo di insulti, resti sbagliati e caffè lunghi fatti diventare caffè macchiati.

Uno sveglio, Enrico.

Come anticipato prima, il barista non ha un buon rapporto con gli estranei.
Di norma, diffida.

Ha questa faccia bronzea, direi incazzata, che lascia trasparire molto poco.

Un’altra delle fantomatiche storie concernenti il nostro barista Enrico, il barista testa di cazzo, racconta di questo estraneo.

Partiamo dal presupposto che questo estraneo era il classico stronzo.
E non ve lo dico perché sono di parte, ma perché era proprio il classico esempio di stronzo.

Vogliamo dare un nome allo stronzo? Daniele? Vincenzo!

Vincenzo, lo stronzo, si presentava sempre con una comitiva ampia, almeno una ventina di persone, millantava un aperitivo scontato perché amico del barista.

Ma amico di chi? Si chiedeva l’indisponente Enrico, indispettito.

Dicevamo di Vincenzo.

Pantalone bianco, risvoltino.
Camicia azzurra attillata, sbottonata almeno fino al terzo bottone, a gennaio.
Cappotto blu, mocassino nero.
PR, studente universitario presso una non specificata facoltà, fuma iqos.
Juventino.
Nemico giurato del barista.

Venti persone, nessuno che prende una bionda alla spina, fanno tutti i ricercati.

Portaci un aperitivo, io prendo uno Spritz.

A me lo fai col Campari?

Per me un London Mule.

Per me un Moscow.

Mi fai un quattro bianchi ma usi solo tre alcolici?

“Se non vi alzo le mani è solo perché sono pagato per non farlo”, pensa Enrico.

Non ha sentito né buongiorno, né buonasera, né per favore, né grazie né arrivederci.

E infatti si è incazzato, ma decide di non darlo a vedere.

Porta al tavolo ciò che era stato ordinato, con aperitivo annesso.

Vede che in molti stanno fumando e che nonostante il posacenere stanno ciccando.

“Tanto sono io lo stronzo che deve pulire”.

Inizia a capire che a breve, incazzato, lo sarà definitivamente.

Ma continua a resistere.

“Sii sempre educato, a maggior ragione se gli altri non lo sono” gli ripeteva sempre suo padre, paradossalmente la persona che gli aveva insegnato a non farsi mai mancare di rispetto.

Quindi si limitava a guardare male.

Non con cattiveria, tantomeno con rabbia, sembrava semplicemente voler dire non svegliare il can che dorme.

Quindi stava nel suo, scrutava, rispondeva se interpellato, mandava giù qualche amaro.

Al ché arriva Vincenzo

“Oh bello, non è che cambi playlist? Un po’ di reggaeton?”

Prima di tutto, bello a chi? Pensa Enrico, che già ha difficoltà a farsi sentir chiamare “tesoro” da sua madre, figurati “bello” da uno stronzo.

E poi, il raggaeton? Ma nel mio bar? Già ci devo passare tutto il giorno, quantomeno mi arrogo il diritto di mettere la musica che voglio.

Enrico però, sicuramente con tono poco amichevole risponde “guarda, è il mio collega a mettere la musica, io non so la password, quando torna magari glielo dico”.

Vincenzo, paraculo, ringrazia e fa per uscire.

“Ma che musica ascolta sto scemo?” giura di aver sentito dire il barista dallo stronzo.

Enrico si ripete di stare calmo, che lo sputo nello Spritz è troppo banale, e che la vendetta è un piatto che va servito freddo.

Alla fine cosa ci spartisce con uno del genere? Così piatto, così nulla? Spiegare ad uno stronzo come vivere è come spiegare ad un cane come pisciare, semplicemente non lo fai.

Quindi Enrico, di struttura, di costituzione, è uno che lascia fare, sa che i conti, nella maggior parte dei casi, si fanno alla fine.

Come avrete potuto immaginare, il barista è uno diffidente.

Diffida di tutto, degli ordini che prende, del modo in cui fa il caffè, del resto che sta dando, del fatto che i ragazzi che stanno lasciando il tavolo abbiano pagato.

Diffida del suo corrispettivo che lavora al bar di fronte, lo chiameremo Lauro.

Enrico e Lauro sono due facce della stessa medaglia, l’uno il tuono l’altro il lampo, profondamente simili ma mai sulla stessa direzione, entrambi affermerebbero senza battere ciglio che non ha niente a che fare con l’altro, ma fra i due sussiste un tacito rispetto, perché il vero riconosce il vero, ma hanno un orgoglio fottuto e non lo ammeterebbero mai.

Qualcuno giura di averli visti fumare insieme, a turno finito, scambiare due chiacchiere.

Sfortunatamente, nessuno può assicurarlo.

Dicevamo che di struttura, di costituzione, il barista diffida.

Di tutti ma particolarmente di sé stesso.

Perché almeno una volta al giorno fa cadere un caffè a terra, perché quasi sempre spinge la porta piuttosto che tirarla, e viceversa, perché spesso inciampa, perché -meno- spesso sbaglia un ordine, perché si sente profondamente giudicato per tutto quello che dice e fa.

Quindi diffida, di sé stesso particolarmente, fondamentalmente di tutto.

Diffida nel concedersi, sta nel suo, e gli piace profondamente starci.

Sta nel suo perché ama la sua dimensione, la sua routine, il suo dover avere a che fare solo con sé stesso, saltuariamente con qualche Vincenzo.

Però ogni tanto, la battuta simpatica – e di questo, mi assumo la responsabilità sociale e civile delle mie dichiarazioni, sottoscrivo- la fa.

Non a tutti, nemmeno a tanti, forse a pochi, ma a qualcuno sicuramente.

Lo fa per istinto di sopravvivenza e per piacere di vedere cosa succede al di fuori di quel bancone.

Quindi individua qualcuno, e quel qualcuno sarà stato individuato grazie ai vari e tanto decantati buongiorno, buonasera, per favore, grazie e arrivederci, dosati e sentiti.

Individua questo qualcuno e, in moto estremamente spontaneo, si concede.

Ti sorride, il che è tutto dire, siccome il presupposto è un’espressione fortemente inespressiva.

Il rapporto lo crea con nulla, fa il simpatico, qualche accortezza, ti offre con piacere un amaro a fine serata, una sigaretta o quello che ti serve.

Ma lo fa proprio perché ha riconosciuto in te l’assenza di secondi fini, perché sa che non è quell’amaro, o quella sigaretta, alla base del vostro rapporto.

Stesso discorso che si faceva con Lauro, il vero riconosce il vero, o almeno, o quantomeno, spera di farlo.

Inizia così il legame del barista, a piccole dosi, con piccoli gesti.

E non se ne badi, per il barista sono tutto tranne che cose piccole.

Il barista ha un concetto del darsi ad un’altra persona estremamente sottile, passa da un vuotissimo nulla ad un enorme tutto, perché ama avere questa parvenza di essere collocato sui diversi estremi che le caratterizzazioni di un individuo possono assumere, ma che altro non nasconde una profonda paura di essere un compromesso.

Si comincia con poco e si finisce con tutto.

Non si sa dosare, il nostro Enrico.

Soprattutto quando crede di aver davvero riconosciuto il vero.

Dovete immaginare due bambini, molto piccoli.
Giocano in un parco, ognuno per conto proprio, non si sa precisamente a cosa.
Sono entrambi immersi nel proprio mondo, godono della loro lucida immaginazione.
Poi basta uno sguardo e succede che i due bambini si accorgono di star giocando allo stesso gioco, di vedere le stesse cose.
Basta poco, una frase, un gesto, un’intesa, iniziano a parlare la stessa lingua, si crea una crasi inscindibile tra le loro individualità.

Ecco, è così che dovete immaginare il creare un legame per un barista.

Vive nel suo mondo, ne è contento, ma poi vi incontra e si rende conto di essere meno solo rispetto alla pretenziosa immagine che vuole dare di sé stesso.

Quando diventate amici con un barista diventate il loro microcosmo, sapete che sarete sempre i primi ad essere serviti e gli ultimi a lasciare quel posto mistico che è il bar.

Paradossalmente il barista non ha pretese particolari nei vostri confronti, vi vuole un bene sincero e lo dimostra al massimo delle sue possibilità.

Voi, d’altro canto, lo aiutate come potete, quando passate dalle vicinanze del bar un saluto lo fate sempre, poi magari evitate di ciccare a terra, se c’è lo stronzo di turno lo guardate male come solo lui saprebbe fare, sistemate i tavoli, organizzate le comande degli amici che portate, in modo tale da rendergli la vita più semplice, ricambiate la sigaretta che spesso vi offre.

Insomma, avete guadagnato un amico che è felice di avervi come tale.

Diventa un confidente e il miglior compagno di sbronze – considerando che offre lui.

Enrico, di struttura e di costituzione, è uno buono, più buono di quanto anche lui avrebbe il coraggio di ammettere.

Tutto bene per il nostro barista, direte voi.

È esattamente quello che anche lui inizia a pensare.

Poi succede che un giorno passate da questo nuovo bar, poco distante da quello che fino a quel momento è stato il vostro, di bar.

Il nuovo bar è carino, ci vanno un po’ di vostri amici e voi ci andate, senza pensarci troppo.

Un posto tirato a lucido, fresco, nuovo, appunto.

Pensate che “oh ragazzi domani possiamo fare un aperitivo qui”.

E quindi ci andate e vi ci divertite parecchio.

Tutto bene per voi, penserete.

E il pensarlo è assolutamente legittimo.

Talmente legittimo che lo pensa anche Enrico.

Pulisce i tavoli, si fuma una sigaretta, ogni tanto butta un’occhiata verso il nuovo bar.

Quell’occhiata che è un po’ il suo marchio di fabbrica.

Butta un’occhiata verso il nuovo bar e pensa.

Pensa spesso, quasi sempre.

Pensa ma non sa precisamente a cosa pensare.

Si volta dietro verso il suo bancone e si ricorda che alla fine non è poi così male.

Si sta bene, comodi.

Alla fine là dietro c’è sempre stato.

Pensa che magari è il caso di restare aperto un altro po’, aspetta che passiate, tanto per un ultimo amaro c’è sempre tempo.

Rimugina un po’, adora farlo.

Pensa che no, non si sa dosare proprio.

È sempre o poco o tutto.

Esce, si accende una sigaretta, incontra Lauro.

“Oh, come va?” chiede Enrico.

“Ce la caviamo, iniziamo ad avere concorrenza” risponde Lauro.

“Sì, ho visto, ma sinceramente preferisco perdere dei clienti che vanno ad ascoltare reggaeton”.

“Eh appunto, non ci perdiamo niente”.

“Ma si sa chi lo ha aperto?”.

“Sì, un tipo che veniva anche spesso da te, si chiama Vincenzo”.

 


autore_ Lorenzo Caricato
bio_ Scorbutico, irascibile, dallo sguardo poco amichevole e poco propenso all’ascolto, ma giuriamo che ha anche dei difetti.
Amante del cibo spazzatura, dell’hip hop, della letteratura, del superficiale e del profondo.
Figlio del suo tempo.
Occasionalmente scrittore, e se la crede parecchio.

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