Io con i colori non sono bravo.
Le motivazioni sono molteplici.
La quasi totalità delle quali sono genetiche.
La prima volta che me ne sono accorto ero tra i 7 e gli 8 anni, in seconda elementare.
Chiedevo ripetutamente alla mia compagna di banco quale fosse il rosso, quale il giallo, il verde, l’arancione, il blu.
Lei si arrabbiava molto.
“Ma sono dei colori, come fai a confonderli?”
Eh, cara compagna di banco di quando ero tra i 7 e gli 8 anni in seconda elementare, non so nemmeno io perché li confondo, ma ti assicuro che non riesco proprio.
Vorrei eh, proprio tanto, ma non riesco proprio.
Vorrei dirti anche mi trovo in estremo disagio a chiedertelo, ma ho tra i 7 e gli 8 anni e non ho nemmeno idea di cosa significhi trovarsi in estremo disagio.
Ma con il senno di poi, all’alba dei vent’anni, mi rendo conto che avevo tutte le ragioni del mondo per sentirmi in quel modo.
Perché insomma, voglio dire, voi altri bambini siete tutti così bravi a colorare, sapete quando usare la penna rossa e quando quella verde, avete una bella calligrafia, sapete quali colori abbinare e lo fate con grande naturalezza.
Io non so nemmeno dove mettere mano.
Ho tra i 7 e gli 8 anni, vi vedo tutti molto avviati, mi sento indietro e non so che fare.
Ho paura e mi sento solo.
Perché? Perché per un bambino colorare dovrebbe essere la cosa più facile del mondo.
Se non mi riesce quello cosa posso fare? Iniziavo a pensare che non riuscire a distinguere il rosso e il verde avrebbe pregiudicato tutte le ambizioni e i sogni che un bambino tra i 7 e gli 8 anni potesse avere.

E se 20 anni dopo mi fossi trovato ad essere io quel soldato che doveva tagliare il filo verde piuttosto che quello rosso per disinnescare la bomba che avrebbe distrutto il mondo? Come mi sarei giustificato? “No guardate da quando ho 7 anni mi sono accorto di non saper distinguere i colori”, ma che giustificazione è? Mi sentivo destinato a salvare il mondo, non potevano essere i colori a impedirmi di farlo.

Potete immaginare il panico.

Perché poi come potevo spiegare ai miei compagni che proprio non riuscivo a distinguerli?
Mi avrebbero preso in giro, e per il bullismo non ero ancora pronto, quello sarebbe arrivato dopo.
Fortunatamente, la mia compagna di banco di quando ero tra i 7 e gli 8 anni in seconda elementare, -tra l’altro l’unica a conoscere questa mia enorme difficoltà- dopo ragionevoli attimi di stupore, si mostrò molto gentile,  prese il mio astuccio, -dei Power Rangers, ci tenevo a precisarlo- aprì lo scomparto dove avevo tutti i colori, e gli riordinò in modo tale che non potessi confondermi, e lasciò dentro un bigliettino con scritto l’ordine in cui li aveva riorganizzati, in modo tale che non mi confondessi.
Sembrava andare tutto bene.
Poi arrivò il periodo in cui bisognava adoperarsi nella fabbricazione dei lavoretti da portare alla famiglia per Natale, quelli con la poesia scritta dentro, da recitare davanti a tutti parenti, che ti avrebbero applaudito anche con una ridicola scena muta.
Io ero tutto contento perché sapevo che non avrei avuto problemi a colorare, e infatti il primo giorno va tutto liscio.
Mi rendo conto di non riuscire a rimettere i colori al loro posto.
Inizia a battermi forte il cuore, sento un grosso peso sullo stomaco, penso che tutti mi stiano osservando, pronti a ridere della mia disfatta, inizio a provare un profondo senso di vergogna, sparire, annullarmi.
Guardo impaurito la mia compagna, era stata così gentile, come posso chiederle di nuovo una mano? Penso che chiederle aiuto possa farla arrabbiare, perché lo ha già fatto e ciononostante ho continuato a sbagliare, penso di poterla deludere.

Mi sento fuoriluogo, inadeguato.

Ho molta paura.

Capisco che l’unica soluzione è l’atto estremo, dire una bugia.
Il giorno dopo fingo di dimenticare l’astuccio dei Power Rangers a casa, chiedo a qualcuno di prestarmi i colori, così posso essere sicuro di quale mi stiano dando.
Però a fine giornata, la mia compagna di banco di quando ero tra i 7 e gli 8 anni in seconda elementare, butta un occhio dentro lo zaino e vede l’astuccio.
Non dice niente.
Arriviamo a fine giornata e dice
“Magari chiedi a tua mamma di comprarti i Giotto, che hanno il nome del colore scritto sopra”
Apriti cielo, mi aveva salvato la vita.
Certo, non avevo ancora trovato la soluzione adatta a farmi trovare pronto per il fatidico momento in cui avrei dovuto tagliare il filo verde piuttosto che quello rosso, salvare il mondo e baciare Alessandra, la bambina di cui ero innamoratissimo, ma per quello, mi ripetevo, ci sarebbe stato tempo.
Poi inizia a passare il tempo, i colori non erano più determinanti per la mia quotidianità, nelle scuole medie di una cittadina del sud i colori non esistono, è tutto grigio.
È un marasma di giudizi, sfottò, marce sui cadaveri dei più deboli, solitudine e guerra tra branchi e guerre per diventare capobranco.
Provare a diventare capobranco era un obbligo, sia per chi amalgamava perfettamente in quel grigiume, ma soprattutto per quelli a cui il grigiume non andava bene nemmeno per sbaglio.
Ed io, capirete bene, che già avevo tutte le scorie del caso di un rapporto difficile con i colori per farmi andare bene un banale quanto tetro grigio.
E se mi fossi dovuto accontentare della più neutra tra le sfaccettature dello spettro cromatico, piuttosto avrei preferito scegliere i miei colori, anche sbagliandoli, ma rendendoli inesorabilmente ed inevitabilmente miei.
Tutto molto bello penserete, la storia di chi non voleva omologarsi.
E invece non era per niente una bella storia.
Perché avere a che fare con chi concepiva solo il grigio era il treno diretto per ricordarmi che fondamentalmente, io, con i colori non sono bravo, probabilmente non lo sarei mai stato.
Come si può pretendere di sfondare una porta se non si sa nemmeno quale chiave inserire nella serratura?
Come poter chiedere aiuto vivendo nel terrore che ogni parola pronunciata possa essere interpretata come il vaneggiare di un ragazzo che a malapena può distinguere il rosso dal verde?
E allora ricominciava a battere forte il cuore, si ripresentava quel peso sullo stomaco, si annebbiava la vista, perdevo lucidità.
Chi ero? Chi volevo essere?
Il contesto, la rabbia, il grigio, avevano la risposta.
Ed era un grigio e rabbioso Nulla.
Nulla come gli altri non meno di nessuno, anzi, probabilmente più di tutti.
Poi svisceri, scavi, gratti il fondo più che puoi e ti rendi conto che quel modo in cui sentivi quando eri tra i 7 e gli 8 anni, in seconda elementare, a causa di quella difficoltà nel distinguere i colori, non era poi tanto diverso da come ti senti adesso, tra gli 11 e 12 anni.

Profondamente inadeguato, sempre un passo indietro a tutti.

Ed eri anche pieno di buoni propositi.

Ma sei molto testardo e allora non se ne parla di dire a qualcuno che ti senti in quel modo, quindi inizi a scrivere qua e là, sul telefono, su di un foglio, nell’aria e nella testa.
Riorganizzi i pensieri, ma a differenza di come faceva la compagna di banco di quando eri tra i 7 e gli 8 anni in seconda elementare, sai in quale scompartimento dell’astuccio che hai dentro stai andando a posizionarli.
Nel pieno del tuo sentirti inadeguato riesci ad imparare la più cruda ed importante verità che la vita possa mai insegnarti, di non scendere mai a compromessi con te stesso.
Da quel momento ho iniziato ad accettare il mio sentirmi inadeguato, la mia grande paura di sbagliare, ma soprattutto ad ammettere che probabilmente qualche problema con i colori potrei effettivamente averlo.
Un passo non da poco, avrete capito il mio rapporto con la cosa.
Nessuno mi giudica, nessuno mi sfotte.
Ma davvero era così facile? Pensavo.
No, niente è facile, mi risponderei adesso, ma almeno avevo iniziato a capire che tutto va affrontato, nel bene o nel male.
Passano gli anni, non proprio lisci come l’olio, ma passano.
Ad un certo punto arriva addirittura una diagnosi che andava a mettere i punti sulle i della mia difficoltà nel distinguere quei maledetti colori.
“Daltonismo, con evidenti difficoltà nel riconoscere i colori primari”
Niente paroloni, tutto molto chiaro, anche se, ad onor di cronaca, io non è che ci abbia capito molto.
Insomma, lo avevo immaginato di essere daltonico, ma qualcosa in più? Davvero non c’era altro da dire?
Mi sentivo inadeguato perché sono daltonico?
Perché se così fosse non mi basterebbe.
Quindi questo daltonismo me lo devo portare a vita, e molto probabilmente anche mio figlio dovrà perire le stesse disgrazie del padre.
Una sorta di debito di nascita.
Ereditario.
Quando mi venne diagnosticato il daltonismo mi fu anche sbattuta in faccia la più brutta delle realtà.
Infatti, a causa del daltonismo..
No, torniamo indietro di un capoverso.
“Diagnosticare”, per quanto immagino sia il verbo più adatto e scientifico rispetto al contesto, preferisco accompagnarlo a sindromi e casistiche a cui andrebbe attribuita una rilevanza maggiore rispetto alla lieve forma di discromia che mi concerne.
Quindi, riformulando, quando mi venne detto di essere daltonico, mi fu anche sbattuta in faccia la più brutta delle realtà.
“Non puoi fare il militare”
E come lo salvo il mondo? E la bomba? E i fili? Per cosa sono nato e cresciuto, se non per essere il prescelto?
Fu un brutto colpo.
Beh? Vita, destino, fato o come vuoi che ti chiami, c’era bisogno di essere così crudeli? Capisco la miopia, la stempia, i lutti, la pancia alcolica, il caratteraccio e l’indisponenza, ma dovevi farmi proprio daltonico?
Quindi nulla, se fino a quel momento credevo di aver capito quale fosse la causa di tutti i miei mali, dopo non avevo più certezze, tranne una.

Scrivevo.

Tanto.

Non sapevo se lo facessi per necessità, non sapevo se lo facessi bene e tantomeno mi interessava.
Ma era l’unico modo per riorganizzare i colori nell’astuccio da solo.
Scrivere mi ha aiutato, nel tempo, a capire quale fosse veramente il nemico contro cui ho sempre combattuto.

L’ansia.

L’ansia del rispettare le aspettative, soprattutto di quelle che ho io nei confronti di me stesso.
Dello sbagliare, del essere diverso da chi gli altri pensano che io sia, del parlare di fronte a tanta gente.
Dello stringere rapporti, dell’amare, del crescere, del non crescere mai, del sbagliare strada, dell’illudersi che sia quella giusta.
L’ansia del poter ammettere davanti a qualcuno di avere ansia, paura.
Che poi che fa uno che non ha il coraggio di ammettere a sé stesso di essere in difficoltà?
Converrete con me che già questo passo è particolarmente difficile.
Immaginate ora che ci sia la necessità di dirlo a qualcun altro.
Come si fa? Io non ne ho idea.
Ho vissuto una vita lasciando intendere di non aver bisogno di niente al di fuori di me stesso quando probabilmente una mano è l’unico modo per uscire da queste sabbie mobili.
Ma ti chiudi in te stesso, è inevitabile.
Combatti la tua crociata e ti martori, conscio e consapevole che sei tu ad aver scelto di essere solo e ti imponi di fartelo andare bene.
Ti crei i tuoi castelli di carte che ti si infrangono tra le mani e poi inevitabilmente credi di essere sempre il colpevole.
Raccogli i cocci con la paura che possa essere l’ultima volta.

Ti divora, da dentro, l’ansia.

Ti mangia e nemmeno te ne accorgi.

Perché poi tutte le tue scelte diventano vincolate dalla stessa.
Che sia il coraggio del fare un passo in avanti o del farne uno indietro.
Pensi che tutto abbia solo un verso, e che quel verso sia necessariamente quello sbagliato.
Non sai che fare, perdi il controllo, perdi te stesso.
L’unica verità che non riuscirai ad accettare è che non è vero che tutti ti giudicano.
Che a nessuno fregherà mai se sai scrivere solo poesie, o solo dialoghi, o solo d’amore o solo di stronzate.
Che il mondo è pieno di persone come quella compagna di banco di quando ero tra i 7 e gli 8 anni in seconda elementare, che non si sottrarrebbero mai dal darti niente di meno di quello che tu daresti a loro.
Capire che il mondo non ti è contro non è facile dopo aver passato una vita fingendo di esserti dimenticato l’astuccio.
Capire soprattutto che non ci si deve che siano gli altri ad intendere la tua fragilità, e che non ci possa essere nulla di più coraggioso e sincero dell’ammettere a chi ti è vicino di avere semplicemente paura, che dietro al muro che ergi intorno a te non c’è niente di meno umano rispetto a chiunque altro.
Non saprò se sarà mai quel passo avanti o indietro a determinare un cambiamento radicale nel mio rapporto con l’ansia, ma l’averla guardata negli occhi mi ha permesso di capire che prima o poi andrà affrontata.

Ma comunque una cosa è sicura, non sarò mai io a tagliare il filo verde e a salvare il mondo, perché avrete capito che con i colori non sono bravo.

 


autore_ Lorenzo Caricato
bio_ Scorbutico, irascibile, dallo sguardo poco amichevole e poco propenso all’ascolto, ma giuriamo che ha anche dei difetti.
Amante del cibo spazzatura, dell’hip hop, della letteratura, del superficiale e del profondo.
Figlio del suo tempo.
Occasionalmente scrittore, e se la crede parecchio.

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