Questa è una recensione di Ferro 3.
Ferro 3 è l’undicesima pellicola di Kim Ki Duk.
Kim Ki Duk è stato un sublime regista del mondo asiatico.
AAA: La recensione contiene spoiler.

Inizio.

E tu che cosa faresti se camminando tranquillo tra le mura di casa, trovassi uno sconosciuto a prendersi cura delle tue piante, a lavare i tuoi piatti e i tuoi panni sporchi, e a riparare i tuoi oggetti rotti?

È proprio questo che succede a Sun-hwa, una donna che rimasta sola in casa, nella realtà quotidiana subisce spesso violenze e soprusi da parte del marito.

Come quella che avrebbero tutti, la prima reazione di Sun-hwa è quella di provare spavento: si muove a passi lenti e di nascosto quasi fosse lei l’intruso, ma presto si rende conto che non c’è nulla da temere.

Lui, il vagabondo, scatta fotografie a sé e alla casa come ne fosse da sempre il padrone e come se vi avesse sempre vissuto, ma chi è davvero? Non sembra avere una dimora propria e forse neppure un’identità.

Che cosa trova tra le mura di una casa che il mondo esterno non gli dà? Certezza, silenzio, pace? Lui fugge e trova la sua consolazione nelle case altrui, ma quando si rende conto della presenza di Sun hwa, comprende che per lei non è lo stesso. Lei forse vorrebbe solo liberarsi delle catene che la tengono inchiodata nel luogo della sua condanna.

I due finiscono per creare un legame profondo e imparano subito a conoscersi in una dimensione inverosimile, isolata, silenziosa. L’uno rispetta lo spazio dell’altro, sembrano conoscersi e conoscere i nodi più profondi delle loro anime e si avvolgono di un’armonia quasi geometrica che però si interromperà presto.

A sera la prepotenza di un uomo terribilmente frustrato per un amore non ricambiato, torna a scatenarsi con violenza su una moglie dimessa e infelice. Ma lui, il ragazzo senza nome, richiama l’attenzione del marito facendosi notare nel giardino e prima che l’uomo possa chiamare le forze dell’ordine lo colpisce violentemente con delle palline da golf grazie a una mazza ferro 3.

Comincia ora la danza degli intrecci: i due fuggono e insieme dimorano in abitazioni altrui. Come randagi mettono da parte il freddo incessante del loro passato e creano un castello di sogno e amore che si traduce in cura e delicatezza, ovunque essi mettano radici. Sun-hwa si sente libera per la prima volta nella sua vita al fianco di un ragazzo che è il suo dolce redentore; ma a lui non deve nulla, se non l’amore che suo marito, in una vita intera, non era mai riuscito a donarle. Il loro è un amore a prima vista che “Mi vide, mi amò; la vidi, l’amai.” scriveva Du Ryer. Un amore a prima vista che trasforma il silenzio in oro e il contatto delle anime in libertà.

Ma questo idillio d’amore si interrompe e cede il posto ad un’apparente tragedia.

Durante una delle loro tappe, i due vagabondi trovano il cadavere di un uomo morto per un tumore al polmone e decidono di seppellire il suo corpo, con l’effetto di essere scoperti appena poco tempo dopo aver compiuto quel gesto.

Sun-hwa tornerà a vivere la tormentata quotidiniatà insieme al marito, mentre Tae-suk sarà impriogionato e sottoposto alle vessazioni del marito di Sun-hwa.

Tae suk non parlerà mai, resterà solo nella sua cella ad allenarsi e a sviluppare tecniche di illusionismo grazie alle quali riuscirà a simulare sparizioni dalla sua stanza di prigionia. Tae suk è letteralmente coperto di un velo di misticismo e “trascendenza” che trasmette una pace che può essere compresa solo dalle anime più raffinate.

Il suo è infatti un isolamento che ci aiuta a comprendere perché quella che gli accade non sia poi una tragedia: Tae-Suk viene rilasciato e grazie alle assimilate tecniche di illusionismo, riesce a ricongiungersi con Sun-hwa senza essere scoperto dal marito di lei.

Sembrava un’avventura finita troppo presto, eppure quella di Sun-hwa e di Tae-Suk si rivela essere alla base di un rapporto che saprà superare anche le leggi della fisica, delle catene e dei limiti, in un abbraccio finale che sublimerà l’essenza profonda del loro amore.


autore_ Gloria Ronco
bio_ classe ‘03. Nanni Moretti suggerisce “coltiva velleità autarchiche”.
In un cammino che ogni giorno interseca classici greci e latini, visionari del cinema internazionale, e formidabili penne, da quelle russe a quelle sudamericane, si occupa attivamente di scuola e scrittura.
Quando può suona la chitarra, ma gli assoli di Jimmy Page sono ancora molto lontani.
È convinta che la semplicità sia il trionfo dell’originalità.
That’s all.

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