Quello che è successo nella notte italiana di domenica lo sappiamo tuttə: dopo che Chris Rock, rivolgendosi a Jada Pinkett Smith, afferma “Jada, I love you; G.I Jane 2, can’t wait to see it” (tradotto: Jada, ti adoro; non vedo l’ora di vederti in G.I Jane 2), alludendo alla rasatura della donna, che è però dichiaratamente legata ad un problema di salute (alopecia), Will Smith sale sul palco per “difendere” la moglie, e schiaffeggia Rock, dopodiché ritorna a sedersi urlando “keep my wife’s name out of your f****** mouth. (tradotto: tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua c***o di bocca).
Le immagini le abbiamo viste tuttə, così come abbiamo visto il video delle scuse successive di Smith, mentre ritirava il premio Oscar come migliore attore, e abbiamo visto il post di qualche giorno fa, in cui rinnova le sue scuse a Rock, all’Academy e agli altri soggetti coinvolti nella produzione del film premiato.


In tutto questo però, manca un tassello: tra i video che mostrano lo schiaffo, le scuse dell’attore, le voci che condannano il suo atteggiamento o i meme che hanno spopolato ironizzando sull’accaduto manca quella che dovrebbe essere la protagonista del racconto.
Perché il pessimo umorismo di Rock non colpiva Will Smith, ma sua moglie: Jada Pinkett Smith. È lei che è stata offesa, e dovrebbe essere lei il centro delle notizie; dovrebbe, ma non lo è. La donna è anzi rilegata a un ruolo assolutamente marginale, il suo nome è appena accennato, o talvolta è addirittura indicata come “la moglie di”; addirittura pochissimi si sono interessati a ciò che è stato effettivamente detto, limitandosi a riportare della reazione di Smith, perché è questa l’unica cosa che sembra avere importanza.
Ed il problema è proprio questo: che la battuta di Rock, così come lo schiaffo che ne è seguito e le parole si Smith sono il risultato di una società in cui è normale giudicare qualcuno per il suo aspetto fisico, in cui è normale usare la violenza per reagire a un’offesa, in cui è normale che un uomo senta il dovere di difendere la propria donna.
Una donna che, in tutto questo, non ha alcun diritto di “mettere bocca” su qualcosa che in realtà riguarda solo lei: Jada Pinkett Smith non ha avuto modo di reagire in quel momento, né dopo, perché nessuno ha pensato di chiedere a lei cosa avesse pensato o provato a seguito di quella quella battuta. Non ha avuto modo di difendersi come desiderava, anche con il silenzio, magari: è stata surclassata da un uomo che ha deciso che la violenza (tra l’altro in diretta mondiale e in un’epoca in cui si sta cercando di bloccarla, la violenza) era l’unico modo per difenderla.

Poco dopo, durante il discorso d’accettazione del premio, l’attore ha dichiarato che “love will make you do crazy things” (tradotto: l’amore fa fare cose folli): no, quello di Will Smith non è stato un gesto d’amore, ma un gesto di rabbia, d’odio, di rivendicazione, perché quella che era stata offesa era la sua donna. Un gesto d’amore sarebbe stato rimanere al fianco della moglie e sostenere in silenzio la sua reazione, accettando qualsiasi risposta che da lei fosse venuta: con il silenzio, con la rabbia o con le lacrime, spettava a Jada reagire, e a noi accettare la sua reazione; nessuno, né noi né Will Smith, era ed è autorizzato a fare altro.
È questo che dovremmo capire, è qui che sta il problema.

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