Quante cose si saranno già dette su questa meraviglia. Perché non infilarci anche il mio nasone?! Il film che tratteremo questa volta è Persona, capolavoro del 1966, del maestro Ingmar Bergman.

Trama

Alma, giovane infermiera, assiste Elisabeth, un’attrice che da tempo ha scelto di non parlare. Lontane dalla clinica, le due donne si trasferiscono in una casa in riva al mare: qui la convivenza forzata incrina il rapporto di amicizia e poco a poco l’astio e le incomprensioni prendono il sopravvento, in un confronto dove l’una scoprirà di avere sempre più bisogno dell’altra.

 

 

Sigla!
Contesto

Siamo nel 1966. Simon and Garfunkel pubblicano il loro secondo album, “Sounds of Silence”. Indira Gandhi viene eletta primo ministro indiano. Siamo nell’anno in cui viene liberata Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore che divenne simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Lo stesso 1966 è però teatro di uno dei conflitti armati più orribili della storia dell’uomo, la guerra del Vietnam (1º novembre 1955 – 30 aprile 1975), che ha visto il mondo intero come passivo spettatore. Proprio in quest’anno sarebbero iniziate le operazioni offensive statunitensi denominate “search and destroy” (ricerca e distruzione). Le forze da combattimento USA sarebbero penetrate nelle aree geografiche dominate dal nemico e, contando su una ingente potenza di fuoco terrestre e aerea, avrebbero affrontato e distrutto i reparti Viet Cong e nord-vietnamiti che avrebbero opposto resistenza, infliggendo, neanche a dirlo, perdite di vite enormi.

Il silenzio

Elisabeth (interpretata da Liv Ullmann) è un’attrice teatrale che durante la rappresentazione dell’Elettra smette all’improvviso di recitare, vinta da un’irrefrenabile voglia di ridere. A seguito di questo avvenimento si rinchiude nel mutismo, per poi essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. La diagnosi che ne consegue è che il silenzio della paziente non è dovuto ad alcuna nevrosi o a problemi di salute, ma da una scelta consapevole. La dottoressa che l’ha in cura le propone di trascorrere un periodo di riposo e di recupero nella sua casa in riva al mare (l’isola di Faro, dove il regista ha trascorso del tempo anni prima), accompagnata dall’infermiera Alma (interpretata da Bibi Andersson). L’isola, le cui scogliere ci ricordano quelle de L’Avventura del nostro Michelangelo Antonioni, diventa la culla di intimi racconti di vita privata, confessioni scomode, espressioni di attrazioni fisiche e mentali. La convivenza e la sinergia creata finisce per creare una sorta di confusione e psichedelica sovrapposizione di identità fra le protagoniste. Una tensione costante tra amore e odio che ognuna esprime attraverso il proprio linguaggio, poiché a dire dello stesso Bergman questo è un film in cui “c’è una donna che parla e un’altra che non parla”.

Silenzio che rappresenta l’arma per combattere una società della parola spesso menzogna/recita. Anche qui (come in Kynodontas) il linguaggio come strumento politico. Apatia verbale per distinguersi da quella società delle maschere (maschera appunto persona in latino) di inflazionatissima ispirazione pirandelliana. Il mutismo è da intendersi quindi come una contro-cultura al sistema borghese, dell’ordine precostituito e del voler sembrare prima del voler essere. Sicuramente Bergman in questo senso si ricollega al pensiero di Gustav Jung, secondo il quale gli individui posseggono un Persona, cioè una maschera esterna con cui si mostravano al mondo, e un’Anima, cioè l’immagine interna. L’apparire e l’essere.

Questo passaggio ci aiuta ad entrare nella sua ideologia:

Ma cosa cela questo silenzio? Il male di vivere di un individuo in quanto figlio della società novecentesca. L’autore principalmente in due passaggi ci apparecchia il suo j’accuse riportandoci due avvenimenti storici, simbolo della crudeltà umana. La prima è rappresentata dalla scena meta-cinematografica in cui Elisabeth con raccapricciato sgomento apprende da un notiziario televisivo di un suicidio analogo a quello del monaco Thích Quảng Ðức. Il monaco è famoso ai fatti di cronaca poiché in senso di protesta contro l’amministrazione del presidente del Vietnam del Sud, il cattolico Ngô Đình Diệm, e la sua politica di oppressione della religione buddhista sì è immolato dandosi fuoco davanti all’ambasciata Cambogiana. In un secondo momento, sempre l’attrice, protagonista e nostra vate del dramma esistenziale, osserva con dolore una fotografia del rastrellamento del ghetto di Varsavia del 1943.

Il male di vivere di Elisabeth è da identificarsi anche nel fatto di essere una donna del suo tempo. Una fuga dalla figura appiattita della donna-madre, un ruolo non più interpretabile dalla nuova donna del ventesimo secolo conscia dei propri diritti e della parità dei sessi. La protagonista patisce il peso di una maternità indesiderata e al tempo stesso soffre lo stesso indesiderarla.

“Il parto fu difficile e assai lungo, soffristi per molti giorni. Infine dovettero usare il forcipe. Guardasti con disgusto e terrore quel tuo figlio rattrappito che strillava e sussurrasti: perché non muori subito? Perché non muori? Ma sopravvisse e strillava notte e giorno e tu lo odiavi sempre. Avevi paura perché avevi la coscienza sporca. Alla fine i parenti e un’infermiera si presero cura di tuo figlio e tu potesti lasciare la clinica e ritornare al teatro… ma le sofferenze non erano terminate: tuo figlio fu preso da un immenso quanto incomprensibile amore per te e tu invece lo respingi disperatamente, perché non sai ricambiare il suo amore. Eppure ci provi, tenti, ma tutto si limita a dei rapporti goffi e crudeli fra te e tuo figlio. Non ci riesci, rimani fredda e indifferente… ed egli ti ammira, ti guarda con tanta dolcezza e ti ama mentre tu vorresti che ti lasciasse in pace. Ti disgusta con quel suo corpo goffo e quelle labbra tumide, e quei suoi occhi umidi e imploranti. Ti dà ancora disgusto e hai paura.”

Ma la storicizzazione di questo mal de vivre ad un certo punto diventa anche un limite, poiché questa è una condizione che il regista svedese ci dipinge come un problema astratto, senza tempo. Gli eventi citati in precedenza, che l’autore ci fa vivere come cementificazione della presa di posizione di Elisabeth, non sono tanto le cause, quanto le conseguenze. Le conseguenze di un umanità “difettata”, i cui errori e ossessioni attraversano gli eventi.

La prospettiva del conflitto

Nel rapporto con se stessi, in bilico tra forma e contenuto, nel rapporto tra realtà e finzione, nel rapporto tra le due donne, si identifica la dualità come la struttura portante del film. Dualità che da un punto di vista più astratto si può interpretare come divisione dei ruoli, quindi di classi sociali in costante tensione conflittuale tra loro. In termini marxisti potremmo appunto parlare di lotta di classe. L’autore non è però interessato alle cause o alle soluzioni. La sua prospettiva, forse poiché esso stesso ricopre una condizione di agiatezza, è una disarmata presa di consapevolezza.

Non troviamo infatti la sferzante accusa al sistema capitalistico. Non c’è traccia della consueta propagando di sinistra, come la intenderemmo nelle opere di Romero, ad esempio. La storia o la politica entrano in Persona solo sotto forma di pura violenza. Bergman fa un uso “estetico” della violenza. Il suo tema è più che altro indirizzato all’abuso perpetrato allo spirito. Il conflitto tra le due donne è costante, entrambe hanno abusato dell’altra in un modo o nell’altro. Più in generale, il film stesso sembra violare ed essere violato, fino a smontarsi e ritornare alla sua forma di oggetto ed opera di finzione.

L’identitarietà

Gli immensi primi piani, e il minimalismo della scenografia porta l’attenzione solo e unicamente sull’intimismo dei protagonisti. Siamo ben lontani da quelli visti nel capolavoro di Resnais, L’anno scorso a Marienbad, con il quale condivide fortemente il disorientamento sullo spazio e tempo. Lo spazio e gli arredi di Persona sono appunto anti-romantici, cool, clinici e moderni-borghesi. Ma non c’è meno mistero nascosto in questa ambientazione. Vengono fornite immagini e dialoghi che lo spettatore non può fare a meno di trovare spiazzanti, non essendo in grado di decifrare se certe scene si svolgono nel passato, presente o futuro, e se certe immagini ed episodi appartengono alla “realtà” o alla “fantasia”.

Il film ad un certo punto collassa le due protagoniste in un’unica identità. Attraverso la soluzione visiva di Nykvist (direttore della fotografia), che con una meravigliosa fotografia sfrutta la luce per fondere i volti delle due protagoniste, la maschera non avrà più un valore distintivo. Alma è Elisabeth, Elisabeth è Alma. Ciò che ne consegue è lo sgretolamento della Persona in favore dell’Anima.

Due diventa uno.

Il film di Bergman è profondamente sconvolgente, a tratti terrificante. Afferisce all’orrore della dissoluzione della personalità (Alma a un certo punto grida ad Elisabeth: “Non sono te!”). Raffigura l’orrore del furto (che sia volontario o involontario non è chiaro) della personalità. Simbolicamente questo viene presentato come un vero e proprio atto di vampirismo: ad un certo punto infatti, Alma succhia il sangue di Elizabeth. Allo spettatore non è fornita alcuna idea della vera posizione morale delle due donne, il loro agire è atomico, non è cioè il risultato di una situazione precedente con cui ci è permesso di empatizzare e giudicare.

Questo e certamente infinitamente altro è Persona. Una sceneggiatura che forse è più una collezione di immagini, momenti, simboli, poesia. Una regia e una fotografia maestose. Un opera che riempie e svuota allo stesso tempo. Una tra le opere più riuscite di un autore a cui sono state anche rivolte contestazioni sul piano politico. Ciò che è sicuro è che Bergman anche con il suo Persona, ha scritto la storia della cinematografia.

Lore.

Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te e vigile, e nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa.

 

 


Vivere Maalox: Jojo Rabbit • Hai un amico in…Hitler

Lorenzo Quarta
Chi mi conosce me lo avrà sentito dire tante volte: amante dei linguaggi e non delle lingue. Potrebbe non avere senso, ma nessuno mi ha mai contraddetto, quindi tant’è. Molto amante del "less is more" o semplicemente indolente. Ciao. 🐱

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