Milano è una relazione tossica. Mi fa bene, mi fa male. La amo in modo strano, la prendo, la lascio, la rivoglio: lo ha spiegato, molto meglio di me, Dargen D’Amico, nel 2015, in una canzone che si chiama “Amo Milano” e che è stata la mia compagna fedele in questi dieci mesi di full immersion in una città che mi ha inghiottito e coinvolto, facendomi sua; giusto il tempo di spostare qualche scatola attraverso l’Italia.

Amo Milano perché è un giardino degli Emirati

E siamo tutti immigrati

Amo Milano perché ci trovi tutti i colori

Gli esseri umani, i lavori

Oggi mi prendo del tempo e ci cammino senza fretta. Lascio indietro la velocità con cui i minuti qui scorrono; la lascio ai giorni che ho già vissuto. Chissà quanti luoghi vedrò, mia Milano, nei prossimi mesi, fino a quando ti ritroverò. Dovrò imparare a respirare altre vie, a conoscere altri volti diversi dal tuo, a dimenticarmi dei concerti che non mi vedranno sotto a uno dei tuoi palchi che ora so a memoria, a cambiare supermercato, per andarci ogni sera con la scusa che c’è la spesa da fare, soltanto perché mi piace passare le ore davanti agli scaffali. Ti ho odiato tanto, Milano. Mi hai rotto le ossa per farmele più forti, ma non mi è andato bene. Non del tutto. Tu hai voluto a tutti i costi farmi adulta, ma perché succedesse io ho dovuto sbagliare così tante volte che sembravo, in realtà, una bambina che non sa stare al mondo. Sono stata coraggiosa ad abitarti. Come quando ho scelto una casa con due tipe di cui non sapevo nemmeno il nome- mi sarebbe, poi, sembrato facile impararlo: era lo stesso-, e ho scoperto, quasi subito, che una rideva forte e urlava quando guardava la tv e mangiava solo pollo e zucchine e entrava in bagno senza bussare e l’altra studiava sempre e lavorava tanto e la mattina, appena sveglia, ascoltava le storie crime più spaventose in assoluto, e infine ho scoperto, molto più tardi, che tutte queste cose che mi sembravano quasi fastidiose mi sarebbero apparse del tutto necessarie e indispensabili. Sono stata coraggiosa quando mi sono presentata a un esame di statistica con la consapevolezza che non lo avrei passato, quando sono tornata a casa da sola alle quattro di mattina con il buio e con la pioggia, quando ho deciso di smettere di fingermi innamorata di una persona che non amavo, quando, alla fine, mi sono innamorata veramente, quando ho provato le alghe all’aglio di Chinatown, quando ho cucinato dei biscotti terribili senza latte, uova, burro e farina e li ho mangiati, quando ho alzato il volume della cassa bluetooth al massimo a tarda sera per cantare Rkomi e il giorno dopo ho trovato sulla porta del mio appartamento un cartello di rimproveri, quando sono andata a ballare con uno sconosciuto per cui mi ero presa una cotta dimenticandomi di dover dare un esame la mattina dopo, quando ho rifatto gli stessi sbagli, due tre quattro cinque volte, quando mi sono riconosciuta diversa nello specchio, per il seno e le cosce più grosse e per un’anima che non era più pura e priva di sbavature, ma che, come Siddharta, aveva avuto bisogno di annientare ciò che era per rinascere e ricostruirsi: per crescere.

Ti ho odiato, Milano, perché mi hai lanciato in mezzo a sfide eccessive per me e io non mi sono custodita abbastanza, ma mi sono fatta sradicare dalla mia essenza e mi sono persa dentro di me, senza ritrovare il filo. Ti ho odiato perché costi troppo e bevi troppo, perché le tue persone vanno sempre di corsa e perché mi hai fatto diventare una di loro. Ti ho odiato perché mi hai distratto, ti ho odiato perché hai sempre nuove cose da proporre e a rimanere a casa sembra quasi di farti un torto. Ti ho odiato perché sei snob e al contempo nascondi un fascino radical, così che dai l’impressione di essere ipocrita, contradditoria e cangiante. Ti ho odiato perché io non sono più io da quando sto con te, ti ho odiato perché mi sono fatta male, ti ho odiato perché mi sono mancati i miei amici e la mia mamma e il mio papà e Lecce, con il suo fascino umile e altezzoso a un tempo. Eppure, per questi stessi motivi, io ti ho amato e ti amerò anche in questo tempo, lungo otto mesi, che mi terrà lontana da te. Io ti amo, cara Milano, perché mi hai reso una donna, indipendente, fragile e spaventata, ma poi forte e orgogliosa, sognatrice concreta, con la testa sulle nuvole e i piedi per terra. Ti amo, Milano, perché io non sono più io.

Chiara Trio
Studentessa di Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, ha 20 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.

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