Ottobre/ Novembre – 2020

Il racconto della realtà può sembrare una cosa semplice. Un insieme di gesti logici e consecutivi, la razionalità di una visione che alla fine non è mai oggettiva e non è mai razionale. Eppure, è la musica a rendere facile l’intrico, in verità assai complicato, delle mille combinazioni che l’esistenza può assumere.

“Vi porto dentro il cinema della mia testa, con la luce della luna e l’ombra del Nettuno, a raccontare la vita come fosse una canzone.” Commenta così, Samuele Bersani, la pubblicazione del suo ultimo lavoro, “Cinema Samuele”. Appare quasi provvidenziale parlare di un album con un nome del genere su un blog incentrato sulla cinematografia. Bersani lo ha capito prima di noi: il confine fra musica e cinema si assottiglia. E l’arte diventa un pretesto per trasformare il disordine del quotidiano in una ricerca di senso.

L’ultimo album di Samuele Bersani è un capolavoro. Esattamente ciò di cui avevamo bisogno. Già dal primo singolo, avevamo potuto immaginare a cosa poteva aver portato un’assenza di sette anni dalle scene. “Harakiri”, infatti, è un brano di rinascita. Poesia, nuovo e vecchio mescolati insieme, delicatezza e intensità. C’è tutto, e c’è anche la voglia di ripartire. Un desiderio messo a dura prova, nonostante sia ispirata, come lo stesso Bersani ha dichiarato, a vicende relative alla difficile situazione in Amazzonia, sembra avere molto a che fare con dall’emergenza sanitaria degli ultimi mesi, “Distopici” (Sta per scattare il coprifuoco/ Io sono in giro come un ladro a cercarti/ Dietro un camion dell’esercito/ Che mi ha seguito proprio fin qua davanti). E ancora canta delle sfide della tecnologia in “Scorrimento verticale”, della bellezza della normalità percepita come diversa in “Le Abbagnale”, fino al brano più romantico dell’album: “Con te”. Da ascoltare, tutto. A fiato sospeso.

Dicono di lui:Nel momento in cui i cinema sono ammaccati e dimenticati, le produzioni in crisi, quando gli algoritmi a cui ci siamo venduti decidono cosa dovremmo vedere domani sera, tu riapri le sale e in ognuna ci proietti una canzone. Ricordi che le canzoni sono immaginazione e senza immaginazione è impossibile capire gli altri. Una volta mi hai scritto “Sento le tue canzoni in un modo fortissimo”. Noi abbiamo bisogno che la tua musica ci parli come fa un amico, o un’amica. In bocca al lupo!”, Cesare Cremonini

È “Contatto” il nuovo progetto dei Negramaro, presentato con un concerto in streaming sulla piattaforma A-Live il 12 novembre. La copertina, realizzata dall’artista Amin Farah, anticipa in modo adeguato il concept alla base dell’intero lavoro. L’opera simboleggia l’evoluzione e, come è facile intuire dal titolo, il “Contatto”, che tanto ci è mancato e ci continua a mancare nel corso di quest’anno. Così, in una prospettiva ottimistica e vitale, la band salentina incamera la malinconia della solitudine e del distacco dal mondo insieme ai sogni tenuti dentro casa per troppo tempo e li rielabora nella familiare forma musicale che ormai li contraddistingue. Forse è proprio questa familiarità che non mi ha entusiasmato. Il nuovo deve disorientare per sorprendere. E qui di nuovo c’è poco. Fatta eccezione per un featuring più che riuscito: è Madame l’unica ospite di “Contatto”, che scrive e interpreta una sua strofa in “Non è vero niente”, il più potente, almeno a livello radiofonico. Un periodo fortunato per Francesca Galeano, che ha da poco rilasciato “Clito”. “In un periodo brutto, abbastanza buio della mia vita, ero veramente piena di rabbia e quindi ho sfogato con parole violente, termini crudi, anche volgari, quello che era un po’ il mio istinto”, ha detto Madame, che ha definito “Clito” come il brano che preferisce all’interno della sua discografia. Francesca ha 18 anni, ma ha dimostrato di essere all’altezza di un contesto musicale di cui sta provando a rivoluzionare paradigmi e tendenze, riuscendo ad affermarsi nel mondo del rap, spesso chiuso a influenze femminili. Ci aspettiamo grandi cose (e, magari, un album, quanto prima).

Dicono di sé: “Il progetto è stato ambizioso perché si tratta di un concept album con contenuti  profondi e da condividere. Ci siamo concentrati molto sul titolo da dare all’album e soprattutto su una parola che potesse racchiudere tutti i significati della nostra musica. Contatto  ci è sembrata la parola più giusta, la parola più agognata in questo momento di pandemia da tutti gli abitanti del pianeta Terra. Ha una forte fisicità all’interno: pelle, carne, ossa, sangue e un che di onirico.  Noi abbiamo bisogno del contatto fisico con gli altri, è una necessità primaria.”, Giuliano Sangiorgi.

 

Chiara consiglia: “All you’re dreaming of”, Liam Gallagher.
Quello che è stato, quello che sarà, quello che vorremmo
che fosse. Passato, presente e futuro. Ricordi e speranze.
Liam Gallagher è struggente e commovente, come forse non
lo era mai stato. Da ascoltare con fazzoletti alla mano.

A cura di Chiara Trio

 

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