Si festeggiano le nascite, i compleanni, ma non la morte. Se però esattamente oggi, 30 aprile, si contano 38 anni che Leslie Conway Bangs detto “Lester” non è più in questo mondo, la musica cambia; i folli geni della scrittura, e non solo, si ricordano quasi sempre quando sono passati a miglior vita, molto probabilmente perché da vivi erano degli emarginati sociali, degli “sfigati”, come lui stesso si definiva.

Bangs muore nell’aprile del 1982 a trentaquattro anni inaspettatamente, forse per una crisi respiratoria, un’influenza o l’assunzione di Darvon; muore come una rock star, come uno di quei personaggi che lui ha raccontato o distrutto senza remore nei suoi articoli. Ma con le rock star Lester ha in comune soltanto l’animo maledetto e l’amore per la musica, quella autentica che nasce di pancia, quella che improvvisa e sperimenta discendente dal blues, non il prodotto musicale costruito a tavolino, frutto dell’industria discografica della seconda metà degli anni Settanta, che ha ucciso il rock con l’avvento della “rock star”, del “divo”, della “celebrità”. Bangs è nel giro degli addetti ai lavori, è conosciuto ai più, mai amico di nessuno, “l’amicizia è il liquore che ti danno, vogliono che ti ubriachi e che ti senti parte del gruppo” [dal film Almost Famous di Cameron Crowe, 2000]; quel gruppo da cui lui ha preso sempre le distanze.

In Italia Lester non ha avuto molta fortuna, è rimasto uno scrittore di nicchia; si scrittore, perché etichettarlo come giornalista o critico musicale è riduttivo; ma chi è Lester Bangs? Se dovessi rispondere rock direi senza dubbio che è il giornalista musicale più figo e carismatico che abbia mai letto; Lester era rock dentro, era uno “sporco figlio del disagio”, un solitario che trascorreva le sue giornate nei negozi di dischi, li ascoltava, li acquistava, talvolta applicando il trucchetto di spostare un album nello scaffale con le offerte in modo da pagarlo meno; era il genio che sotto sostanze stupefacenti ascoltava Van Morrison, The Stooges, The Yardbirds, Count Five, Lou Reed, The Who e tutto lo scibile musicale del tempo e poi si lasciava andare al suo personalissimo flusso di pensieri messo nero su bianco attraverso la sua macchina da scrivere.

Cultore della scrittura beat, influenzato da Kerouac e Burroughs, lo “zio Lester” è il maggior esponente del new journalism, nel sottogenere gonzo journalism (capostipite Hunter S. Thompson), narrazioni alcoliche e psichedeliche che si lasciano andare a racconti che vanno ben oltre la musica. Se si ha la fortuna di leggere un articolo di Lester Bangs non si può fare a meno di essere trasportati in un mondo parallelo, un viaggio mentale che lui riesce a trascrivere su un foglio; nei testi di Bangs non c’è solo musica perché la sua penna è come un ago pungente che cuce il rock e i suoi esponenti ad un contesto sociale e filosofico, talvolta facendo dei giri di parole immensi, perdendosi nei meandri degli aneddoti, per poi ritornare al punto di partenza.

Santo beatnik Lester, così lo chiama Wu Ming I alias Roberto Bui (scrittore e membro dell’omonimo collettivo bolognese), che ha curato la prefazione all’edizione italiana di “Guida ragionevole al frastuono più atroce” di Lester Bangs edita nel 2005 da Maximum Fax; una sorta di antologia degli articoli di Bangs per le riviste musicali con cui ha collaborato, soprattutto la sua amata Creem di Detroit, che lui raggiunse lasciando San Francisco, nel 1971, dopo essere stato cacciato dalla redazione di Rolling Stone da Jan Wenner, per mancanza di rispetto nei confronti dei musicisti. Ci ritornerà poi in quella redazione, senza mai sentirsi realmente libero.

Il libro più che una raccolta ha un significato che va ben oltre, Lester Bangs è andato oltre l’epoca in cui ha vissuto; ripudia il capitalismo, ciò che la società americana era diventata in quegli anni, si viveva una “Restaurazione” che lui non condivideva: il culto della celebrità, il virtuosismo fine a sé stesso. Bangs rifiuta tutto questo e non lo nasconde nelle sue pubblicazioni, è pungente e scomodo, esprime concetti semplici e reali con una prosa rock semi complessa, molto probabilmente perché spesso scriveva sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Il suo genio era anche questo, rimanere lucido e consapevole nella “fattanza”.

E poi Lester decide di lasciare la West Coast per recarsi a New York nel 1976; da lì a un anno sarebbe scoppiato il Punk a cui lui diede il nome come genere musicale; gli anni del trash, del rifiuto a tutto ciò che è pretenzioso vissuti nello storico locale newyorkese CBGB con i Ramones (che lo nominano nel brano It’s not my place, accanto a Phil Spector, Jack Nicholson e Clint Eastwood) e successivamente a Londra con i Sex Pistol.

Negli anni, diversi artisti hanno ricordato il genio che c’era in questo scrittore rock, che è ben diverso dallo scrivere di rock: i REM lo cantano in una strofa di It’s the end of the world menzionato accanto a Leonard Bernstein, Leonid Breznev e Lenny Bruce come se fossero a una festa di compleanno.

Ma l’opera che più rappresenta Bangs, anche se non è il protagonista, è il film cult “Almost Famous” di Cameron Crow (USA, 2000). Lester, interpretato con superbia dal compianto Philip Seymour Hoffman (i due sono accomunati dalla loro morte solitaria e misteriosa) è il mentore di William Miller un quindicenne di San Diego con la passione per la musica e con desiderio di scrivere per riviste specializzate. Vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura, è una pellicola dal forte componente autobiografica del regista, in cui viene fuori la vera natura del critico musicale, sempre indeciso se scrivere per vendere e quindi fare il gioco dell’industria musicale che muove il mercato (ammesso che riesca a farlo) o raccontare la musica o un gruppo per quello che sono realmente nella loro natura, venendo meno alle aspettative del pubblico.

Come lui stesso dirà al ragazzo a proposito del non diventare amico degli artisti:

Perché ti fanno sentire un fico, io ti ho conosciuto, tu non sei fico. Perché noi non lo siamo. E mentre le donne saranno sempre un problema per quelli come noi, nel mondo la vera arte ruota attorno a questo problema. Cioè i belli non hanno spina dorsale, la loro arte svanisce, loro rimorchiano, ma i più forti siamo noi. Perché l’arte vera ha a che fare con il senso di colpa, il desiderio, sesso spacciato per amore, amore spacciato per sesso. Ma se vuoi essere un vero amico, sii onesto e sii spietato”.

Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, sono nata esattamente cinque mesi dopo la sua morte; probabilmente mi avrebbe fatto paura, il suo essere burbero, rock, letale. Lui, l’outsider perenne che piuttosto che entrare in un locale “esclusivo” era quello che trascorreva le serate con gli “esclusi”.

Sara Valentino
Sintesi in due ossimori: sognatrice razionale, sensibilmente cinica. Da diversi anni si occupa di comunicazione e organizzazione di eventi culturali, con un occhio particolare alla musica e al cinema, due grandi passioni. La sua priorità è la scrittura: comunicativa e immediata sul lavoro, emotiva e schietta nei racconti. Ama i festival musicali e di cinema che considera una ricchezza per creare, comunicare e condividere micromondi sempre in divenire. Da due anni direttrice di Seeyousound on the road Lecce, festival di cinema a tematica musicale, costola di Seeyousound International Music Film Festival di Torino. Collabora con cinemaitaliano.info.

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