Continuiamo a dare un’occhiata ai lavori dello studio d’animazione più importante degli ultimi 25 anni con la seconda parte della nostra classifica.

12) UP

Questa è forse la prima delle opinioni realmente scottanti di questa classifica (della quale potete recuperare la prima parte CLICCANDO QUI).
Per molti, Up è intoccabile.
Una delle punte massime dello studio e uno dei film più commoventi degli ultimi anni, nell’ambito cinema mainstream.
I motivi dietro questa narrativa comune sono di facile intuizione.

Il film ‘Disney’ che promette di affrontare morte, vecchiaia e perdita fa colpo anche solo per esistere. Inoltre alla sua promessa Up tiene fede con la solita eleganza e semplicità Pixar.
Eleganza e semplicità che si trovano in tutto: dal nome di una sola sillaba all’iconica immagine della casa volante, passando per l’esplorazione di emozioni anche dure e scomode.
Compare persino del sangue, alla luce del sole, in chiara mostra e senza mezzucci per dissimulare.

Sarà una stupidaggine, soprattutto perché credo fermamente che non siano sangue, cinismo, parolacce, sesso e droga a rendere matura un’opera. Ma, di contro, fa sempre effetto vedere quando non vengono evitati come fossero qualcosa di terribile e dal quale proteggere un potenziale (ma non necessariamente esistente) pubblico di pargoli impressionabili.

Il coraggio è sempre encomiabile e quando Up decide di imbastire una storia matura e forte, lo fa fino in fondo creando cinema puro e della miglior specie.

La sequenza della storia d’amore tra Carl e Ellie è costantemente, e giustamente, citata come capolavoro.
Una vita raccontata unicamente con musica e immagini, senza fronzoli e sovrastrutture, con grazia e cura, sviscerando bellezza e disperazione.
Up ha il fegato di andare dove di solito non è consigliato, se ci sono bambini da divertire e lasciare con un sorriso.

I bambini però sono sempre lì.
E quindi ecco uccelli urlatori con occhi di fuori, piccoli scout buffi e pieni di energie, cani parlanti che pilotano teneri aerei con cloche a forma di osso squittente di gomma.

È affascinante che le due scene in alto appartengano allo stesso film di quelle in basso, ma lo sterzare da una cosa all’altra (almeno per chi scrive) è davvero troppo repentino e confonde l’identità emotiva del film.

La Pixar, al suo meglio, riesce a sposare la maturità seria e profonda con la giocosità fantastica e leggera in maniera contemporanea e non alternata. Solitamente, se decide di fare un incursione da un lato piuttosto che dall’altro, non ci resterà mai troppo a lungo. Purtroppo Up non riesce in questo equilibrio e quindi passa da un incipit serio, maturo e quasi tetro ad una parte centrale che è puro delirio da cartone animato del sabato mattina, per poi riaccendere un piccolo lume di maturità verso il finale.

Le due ‘facce della medaglia’ sono bellissime, ma lo scarto è davvero troppo e troppo repentino. Up sembra essere il risultato di due film diversi che invece di collaborare, litigano tra loro e nessuno dei due vince.
Vengono ricordati i loro migliori momenti, ma l’insieme, a guardarlo bene, risulta fin troppo straniante.

Il film per tutti che sa essere leggero e profondo è sempre ben accolto, ma deve anche saperlo fare con grazia.

Ci arriveremo poi.

11) Cars

Un’opinione scottante dopo l’altra.
Cars è, forse, il punto radicalmente opposto ad Up nello spettro Pixar.
Non ha grandiose e coraggiose ambizioni, non vuole puntare alle stelle. La sua narrativa è piccola, modesta, prevedibile, quasi povera.
È un film spesso considerato come minore e infantile, generico e poco ispirato.
Quindi metterlo prima di Up nella classifica puzza di provocazione.

Eppure non è così. Cars sarà anche poco ambizioso, ma ha davvero tanto cuore.
E questo cuore si riflette nel racconto, in modo da rendere il tutto non povero, ma umile.

Un umiltà coesa, cristallina, che affronta il tema dell’ambizione e dello spirito sportivo tramite un filtro semplice da ballata folk. È vero che si punta non troppo in alto, ma ciò consente un controllo maggiore delle sbavature. Il film, infatti, non mette il piede in fallo praticamente in nessuna occasione. Proprio per la sua umiltà, è difficile determinare esattamente cosa rende questa fiaba desertica una piccola gemma, ma rivedendolo un paio di idee vengono alla mente.

La capacità di usare registri diversi e raggiungere effetti distanti ma ugualmente efficaci.

Ad esempio potrebbe essere il modo in cui il ritmo del racconto si sposa con la parabola interiore dell’eroe. Le prime battute forsennate ed energiche accompagnano la filosofia turboemotiva di un protagonista che ha gli occhi fissi sul premio e sulla percezione esterna di sé.

Poi quasi impercettibilmente si rallenta, si inizia a riflettere sull’importanza e i vantaggi dell’andare piano, se non del fermarsi. Guardare il mondo intorno e quello interiore, per poter meglio comprendere e ampliare il proprio talento. Il ritorno alla frenesia iniziale (marcato con estrema simmetria da una variazione su tema dell’incipit) diventa quindi sfumato da ciò che è raccontato nel centro, con un processo di tesi-antitesi-sintesi semplice, ma efficace.

L’altra cosa splendida è l’atmosfera generale.
Per quasi tutta la durata della storia siamo confinati a Radiator Springs.

L’inquadratura iniziale del portellone che si apre torna alla fine, come se fossero due parentesi dentro le quali si svolge il film.
Al loro interno, echi di passeggiate notturne con amici.

Cittadina desertica, circondata dalla natura immensamente vuota della Route 66. In questo set digitale rivisitiamo più volte la stessa strada centrale, gli stessi piccoli locali, la dolce e minimale popolazione.
Questo riproporsi di luoghi e caratteri ci coccola e ci regala, nel corso della pellicola, familiarità. La sensazione di vivere davvero quel luogo fittizio. Conoscerne la semplice struttura, scoprire le piccole dinamiche di chi lo popola.

Cars non è un’avventura on the road. Cars è un soggiorno in un villaggio silenzioso, ma accogliente. Non una scalata, ma (non a caso), un circuito. Un percorso dell’eroe placido e silente, che non lascia il semplice per lo straordinario, ma ne inverte i valori, per poi ritornare alla linea di partenza con una nuova consapevolezza.

Un film che non punta molto in alto, ma che con i suoi piccoli gesti regala un’esperienza confortevole, solida e anche toccante, se si decide di non fermarsi in superficie.

10) Gli Incredibili 2

Brad Bird è un genio. Le sue sceneggiature possono essere un po’ troppo stiracchiate e perdersi in sequenze e sottotrame non strettamente necessarie o che necessiterebbero di qualche goccia d’olio in più, ma resta un genio.

Un genio con un amore per l’azione e la caricatura. Azione intesa come movimento e narrativa visiva tramite spazio, corpo e tempo. Caricatura intesa come stilizzazione ed esagerazione di elementi al fine di ridurre all’osso il comunicare per immagine e sottolineare quindi le capacità e il carattere di un personaggio tramite il suo aspetto (un po’ perniciosa come arte, ma comunque affascinante se approcciata con maturità).

Guardatelo. Con quegli splendidi occhi celesti che si specchiano nel/specchiano il cielo. Il luogo dove vivono i sogni e che lui può raggiungere volando, perché possiede le fantastiche ali del talento, in quanto il suo cognome è Bird. Che vuol dire uccello. Poi Brad Bird, BB, proprio come se fosse il nome dell’identità segreta di un supereroe Marvel ok la smetto ora.

Quando il genio Brad Bird lavora con l’immagine animata, che consente totale duttilità di rappresentazione, riesce dunque a portare il media cinema a livelli altissimi. E quando ci sono di mezzo i supereroi, ovvero il simbolo pop di sintesi e azione per eccellenza, il tutto viaggia su binari ancora più potenti.

Quel genio di Bird ha anche una forte visione politica e artistica (per quanto non sempre facilmente condivisibile e non sempre espressa con chiarezza) che rende ogni suo film quantomeno interessante e personale.

Aggiungiamo il fatto che, pur restando nel reame del mainstream, il genio che porta il nome di Brad Bird non perde occasione per tentare di spostare l’animazione dalla sua popolare (e semplicistica) definizione di ‘cosa per l’infanzia’ e abbiamo il perfetto uomo Pixar.

Questi due bellissimi frame da due bellissime sequenze con protagonista Elastigirl sono tra i pochi che rendono il livello di potenza visiva del film. Questo perché la dote di Bird è nella composizione dell’immagine in movimento. Per percepire la piena potenza della sua visione, gli occhi non possono stare fermi troppo a lungo perché la composizione funziona nel tempo, oltre che nello spazio.

Non importa quindi che Gli Incredibili 2 non sia compatto come il suo predecessore. Non importa perché ogni volta che Bird muove la ‘macchina da presa’ e i personaggi negli ambienti, crea delle micronarrative impeccabili, emotivamente dinamiche, esteticamente sublimi e piene di idee e svolte che lasciano la mascella per terra.

È vero, ad esempio, che i 3 minuti in cui il piccolo JackJack litiga con un procione non sono in ogni istante utili alla storia principale, ma questo non conta. Non conta perché, presa da sola, quella sequenza esprime tutto il potenziale dell’animazione, della commedia, della caricatura, dell’astrazione figurativa, della pantomima e (in breve) del cinema.
È una piccola poesia inserita in un film di grande richiamo. E questo vale per quasi ogni momento de Gli Incredibili 2.

Tutto, nel film, è ad altissimi livelli. Inquadrature precise, lavoro di luci ghermente, ambienti pieni di dettagli, espressioni che oscillano con eleganza tra credibile e l’estremamente esagerato, dialoghi interessanti e dinamici. E con la scena di Helen che si infiltra nella tana dell’ipnotizzaschermi Bird ci regala un’altra incursione animata nel thriller/horror.

Seguendo il ritmo di ogni gesto, movimento di macchina, ogni espressione e ogni stacco di montaggio tutto il resto quasi sparisce. Se poi consideriamo che il resto è comunque una interessante (anche se forse un po’ confusa e ingenua) riflessione sulla modernità, sul concetto di ‘persona speciale’, sulla figura del supereroe e sull’idolatria, abbiamo una grande pellicola. Non la più coesa di Bird, il genio, ma uno splendido film d’azione, una stupenda prova d’autore e un fantastico monumento d’amore al cinema e all’animazione.

9) A Bug’s Life

La prima strenna di film Pixar fu un fulmine a ciel sereno.
6 pellicole che alzavano l’asticella della tecnologia e dello spettacolo tramite storie umili e raccontate magistralmente.
Ogni film era un ‘high concept‘ (ovvero opera il cui nocciolo narrativo principale è forte, facile da comunicare e quanto più universale possibile) che colpiva subito la curiosità del pubblico.

Questa narrazione a misura di insetto non fa eccezione ed è infatti un gran film

Pixar, con questo film sembra voler fare un esercizio di mitizzazione del microscopico. In alcuni momenti, si passa da un’ampiezza di visione insettiaca ad una umana. Sono questi piccoli dettagli a contenere la potenza poetica del cinema e fare grande un’opera.

Il ritmo funziona alla perfezione, i personaggi sono tanti e tutti interessanti (o quantomeno divertenti), il racconto, forte ed intenso, è uno dei primi grandi esempi di come la Pixar sapesse parlare di cose più sottili del prodotto per famiglie medio dell’epoca.

In particolar modo tutto ciò che riguarda il micidiale personaggio di Hopper è puro fascino, paura, riflessione e metafora fortissima sulle dinamiche sociali del potere.
Inoltre Bug’s Life cerca (e trova) anche un respiro epico, soprattutto sul suo stupendo finale giocato in notturna.

Il discorso che Flick fa alla cavalletta guercia resta un momento incredibilmente carico e che carica proprio grazie agli elementi sopra citati.

Il problema di questa storia d’insetti, se problema lo possiamo chiamare, è che nonostante i suoi muscoli, è probabilmente il meno forte dei suoi pari Pixar del primo periodo.
Quale che sia la qualità che decidiamo di prendere in analisi in questa pellicola, una delle altre 5 di cui parlavamo prima probabilmente riesce ad attuarla meglio.

Ci sono momenti toccanti e forti in A Bug’s Life, con un high concept di facile appeal, ma Monsters lo batte in entrambe le categorie. Ha personaggi interessanti e divertenti, ma non iconici e dinamici come quelli che troviamo in Toy Story.

Si fa forte di una grande atmosfera e un messaggio potente, ma non spalanca gli occhi e trafigge il cuore come Nemo. Ha una splendida sceneggiatura, una gran regia e una messa in scena stupenda, ma il lavoro sull’azione, su struttura e sfumature dello script de Gli Incredibili non si batte.

Un’altra immagine con Hopper? Un’altra immagine con Hopper. È la mia lista, decido io.

Alle volte è più difficile parlare di un film bello che non di uno con problemi. I problemi sono interessanti (e magari anche facili) da scovare ed è affascinante capirli e vedere come inceppano un meccanismo.
Non c’è niente di male negli ingranaggi di A Bug’s Life. Tutt’altro.

È un orologio pulito, ben lubrificato e caricato a dovere.
È che gli manca qualche rubino extra negli ingranaggi.

(biscotti gratis a chi coglie la citazione)

8) Coco

Abbiamo già parlato della capacità di Pixar nel camminare sul filo sospeso sopra due abissi: profondità matura e giocosa leggerezza. Di come certe volte lo studio rischi di cadere da un lato piuttosto che dall’altro e di come altre volte, invece, riesca in un equilibrio perfetto.

Coco, per la maggior parte della sua durata, è una di quelle pellicole Pixar che mantengono una posa impeccabile mentre passeggiano sulla fune. Uno dei migliori esempi di questa pratica, in realtà, data la potenza dei suoi momenti ‘drammatici’.
Come Up tocca temi abbastanza delicati e forti (morte, ricordo, famiglia, eredità emotiva, malattia, vecchiaia e il significato dell’arte) e non ha paura nell’affrontarli di petto.

Al contrario di Up, però, stabilisce subito il tono nel quale giocherà e lo tiene sempre sotto controllo. Una sorta di allegra malinconia, che da un momento all’altro può oscillare dal serio al faceto senza mai perdere fuoco.

Inoltre, io voglio vivere qui.

La malattia del personaggio che da il nome al film è inquadrata dalle prime battute con un misto di tristezza, dolcezza e ironia, ma sempre con onestà. Anche uno tra i momenti (a parere di chi scrive, IL momento) più alti e delicati dell’opera, la scena della chitarra di Cheech, è giocato in un reame che sa di tristezza, ma anche di pacata giovialità.

Questa padronanza delle oscillazioni tonali fa da proscenio ad una bellissima sceneggiatura. Un racconto pieno di personaggi interessanti, tempistiche precise e meccanismi emotivi perfettamente intrecciati con le concatenazioni causa-effetto che disciolgono l’intreccio.

In tal modo, quando l’incursione finale nell’abisso della profondità viene messo in scena, lo spettatore a malapena si accorge di esserci entrato. Il racconto, infatti, ce lo infila dentro mentre ha ancora l’affanno. Il dinamismo e la tensione drammatica si fondono e confondono con la dolcezza e la calma e la pozione emotiva è troppo potente per essere controllata.

Voglio anche Pepita.

C’è un però.
La sceneggiatura è bellissima ma, purtroppo, non perfetta.
Coco fa un paio di piccoli passi falsi, se così possiamo chiamarli, nel suo secondo tempo. Quella che fino a metà era una storia che non viveva di dinamiche bene vs male finisce per prendere una svolta un po’ troppo di maniera e leggermente forzata. Vira, inoltre, in situazioni rocambolesche che sanno di già visto e verso la fine ruba platealmente una soluzione di racconto molto specifica da un altro film Pixar.

Se nella prima metà Coco sembra un film per famiglie davvero unico, nella seconda svela le sue carte in una modalità meno eversiva e più pavida. Niente di realmente negativo, ma un’opera che punta così in alto e centra tutti i bersagli nelle sua prima metà, è un peccato che poi decida di accontentarsi.

Resta comunque un prodotto splendido, coraggioso e ispirato, con il sopracitato momento finale che, insieme alla solita elegante cura del dettaglio, riscatta ogni sbavatura.

7) Ratatouille

L’ho detto già che Brad Bird è un genio?
Forse si.

Questo film, sua seconda portata Pixariana, non è il suo miglior piatto, ma ci si avvicina molto.
Lo script, come detto prima parlando de Gli Incredibili 2, non sempre funziona alla grande nell’equilibrare i suoi ingredienti.

Tutto cuoce abbastanza bene, ma ogni tanto la sensazione che ci sia leggermente troppa carne sul fuoco si fa sentire. In particolare la figura dello Chef Skinner è forse un pizzico ridondante e priva di sapore, con la sola funzione di mettere in moto alcuni elementi o sbloccare la trama.
La scrittura del personaggio di Alfredo Linguini, fondamentale comprimario,  solletica il palato in modo molto altalenante, così come non sempre sono convincenti le sfumature di alcune motivazioni e di alcune trovate messe in gioco per portare avanti il racconto.

Personalmente, ho sempre odiato l’espediente dei capelli. So di essere pignolo e che è una piccolezza rispetto a quello che consente di ottenere narrativamente. Ma è più forte di me.

Eppure c’è poco da fare, la genialità di Brad Bird porta a casa la proverbiale pagnotta.

Serve in tavola un’opera dal gusto ineccepibile, farcita di idee geniali e impiattata nel migliore dei modi.
Tutte le frasi, gli ambienti, i character design, le inquadrature, i giochi di luce, i movimenti di macchina sono dimostrazione di totale padronanza, da parte dell’autore, del proprio strumento artistico.

Ogni momento di Ratatouille è storytelling visivo puro, totale incanto di aromi e vortice di sensazioni al contempo raffinate ed essenziali.

Pieno, vuoto, tenue, deciso, intenso e delicato.
Potente come Gli Incredibli 2 ma con un maggior equilibrio tra storia e ‘spettacolo’.

Un film che fa venire fame e che fa sentire in colpa a vivere una vita da ingozzatori. La carrellata circolare che illustra la preparazione della zuppa incarna il  cinema giocoso, energizzante e delicato di Bird.

E se non bastasse, Bird condisce il tutto con ironia e risate.
Come ciliegina sulla torta, affronta una valanga di temi splendidi con sensibilità e tatto ma anche con ferma schiettezza.
Le scene che mostrano la rappresentazione astratta di come si percepiscono gli accostamenti artistici è una cosa da far venire i brividi fino alla fine dei propri giorni.

Infine, e scusate se è poco, c’è la scena del flashback di Ego.
Che è, semplicemente, il cinema.
In soli 20 secondi.

Senza parole.

Credo non ci sia altro da aggiungere.

Buon appetito.

Ci vediamo nella parte 3. Il gran finale.

Alessandro Romita
Grafico e Illustratore, ma aspirante fumettista (per ora ha all'attivo il webcomic Piergiorgio e il Drago). Ha un amore feticistico nei confronti delle meccaniche che regolano i media, dal vivo quindi potrebbe discutere di tali argomenti a tempo indeterminato fino al rischiare denunce per sequestro di persona. Scrivendo almeno consente ai suoi interlocutori una maggiore libertà di approccio. Per lui, ogni scusa è buona per poter disegnare e discutere di ingranaggi comunicativi, in particolare quelli del videogioco, del fumetto, della musica, della pittura e, ovviamente, del cinema ed è convinto che di tali meccanismi si parli troppo poco. Quindi eccolo qui a sfogare le sue compulsioni, guidato da un idealismo innamorato e da un pericolosa foga entusiastica.

You may also like

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *