Settembre 2020. Nel luogo dove chi vi scrive abita, i cinema stanno riaprendo. Riaprono sperando di popolarsi (cautamente) dopo le prime battute di una pandemia (ancora in corso) che ha percosso le gambe dell’industria (e molto altro). Riaprono con lo spirito di chi ha voglia di alzarsi ancora più forte di prima, ma anche velati di un sottile timore.

Spero di rileggere questo articolo tra un anno e trovare questa immagine surreale e non familiare. Futuro me, ti auguro il meglio e ti voglio bene.

Uno dei titoli di punta nei primissimi momenti di ritorno ai cinema italiani è Onward, il nuovo prodotto della Pixar. Il nome non credo suoni nuovo a nessun cinefilo, essendo uno degli studi (o forse LO studio) che ha prima reinventato e poi incarnato, il concetto di cinema (d’animazione e non) per famiglie. Un nome che tutt’ora è simbolo di positività ponderata e onesta, unita ad una qualità di racconto molto alta.

Aldilà dell’avanguardia nel campo della grafica computerizzata ad uso figurativo, la loro rivoluzione è anche e soprattutto narrativa e di concetto. Con Toy Story (e gli altri primi lavori dello studio) le genti di pixar hanno smarcato la formula da musical di broadway Disneyana e creato un format nuovo. Una formula che mantiene la comicità espressiva di sintesi del cartoon e la spettacolarità che l’animazione consente di ottenere, raccontando però storie più ‘vere’ e drammatiche.

Drammi più umani ed emozioni più sfumate

Sono individui meno stilizzati, quelli che popolano i film Pixar. Lo sono quantomeno se messi di fianco ai loro colleghi Disneyani (dell’epoca, se non altro, al tramonto dei ’90 e alba degli ’00) perché alle prese con riflessioni sull’esistere e il rapportarsi con il mondo che li circonda ben più grigie e vicine ad un sentire contemporaneo.

L’importanza dello studio della lampada da tavolo sul cinema d’intrattenimento, così come il loro saper sfumare la linea tra narrativa ‘giovanile’ e ‘adulta’, sono argomenti troppo articolati per poterli sviscerare in questa sede, dove ci limiteremo a fare i fan compulsivi. Stiliamo quindi una classifica contenente tutti i lavori dello studio (Onward escluso, così come quelli successivi a questo incerto punto nella nostra linea temporale) partendo dal punto meno brillante e salendo fino ai capolavori. In tal modo analizzeremo i passi da gigante, quelli falsi e quelli barcollanti di uno dei grandi leviatani del cinema degli ultimi 20 anni.

Cominciamo

19) Il viaggio di Arlo

Questa pellicola è per certi versi maggiormente ricca di guizzi ed ambizioni rispetto a quelle che popoleranno le successive posizioni. Il viaggio di Arlo è però un film che proprio in virtù dei suoi punti di forza fa rimpiangere una maggiore cura generale.

Gli ambienti, sbalorditivi nel solito effetto ‘sembra vero’, sono inquadrati con un amore sublime per la natura e l’accostarli con personaggi cartoon crea uno straniante e unico fascino. Il film sa essere crudele, ficcante, surreale, disgustoso, persino violento. Insetti decapitati a morsi, divagazioni allucinogene, creature divorate vive e soprattutto i colpi che il corpo del protagonista subisce (e i conseguenti lividi) suggeriscono una poetica del dolore molto interessante ed inusuale per un blockbuster a target familiare.

L’uovo grande che dona aspettative, con dentro un cucciolo minuscolo e terrorizzato è un momento di potenza visiva fortissima. Il momento in cui (spoiler) la madre, da lontano, confonde il figlio per il marito solo in base alla postura che il protagonista assume alla fine del viaggio che lo tempra è materiale da Pixar di serie A. Allo stesso modo, il triceratopo è una delle cose più comicamente perturbanti di ogni film mai fatto nella storia.

Peccato per la struttura, il tono e in generale l’impostazione del racconto che risultano traballanti e confusi. Anche dove il silenzio sarebbe stato d’uopo e perfetto per toccare le corde emotive giuste, il fastidioso protagonista non smette di ciarlare neanche per un secondo. I personaggi di contorno sono al 90% più noiosi/fastidiosi che affascinanti o dinamici. Tutto sembra costantemente slegato, sia nel tono che nella narrazione.

Inoltre Pixar è solitamente brava a sviscerare le sue premesse, ma stavolta l’idea di dinosauri e umani che coesistono viene elaborata veramente al minimo sindacale. Soprattutto dato che risulta una situazione tutt’altro che nuova, vista in molti altri prodotti per l’intrattenimento. Il film inoltre si limita a sottolineare l’incongruenza storica di data premessa senza aggiungervi idee interessanti dal punto di vista creativo.

Il viaggio di Arlo, in sintesi, è un’opera perfetta per supportare la tesi che ‘l’insieme è più della somma delle sue parti’.

18) Cars 2

Sempre citata come il fondo del barile della produzione dello studio Californiano, Cars 2 è in realtà una buona commedia di spionaggio. L’odio che si porta dietro è probabilmente legato al franchise e alle scelte elaborate nei suoi riguardi.

Cars (il primo) era un prodotto semplice, classico, dolce e sincero. Una forte riflessione, tramite la metafora della corsa agonistica, sulla competizione, l’ego e il bisogno tossico di essere considerati speciali o migliori (tema che, a pensarci, torna spesso in casa Pixar).

Il seguito si allontana dalla bucolica semplicità del precedente e vira su un’intreccio articolato e malvagi cattivoni, al contempo puntando la lente d’ingrandimento sulla spalla comica del precedente capitolo. Sparite le chitarre sdolcinatamente oneste di James Taylor mentre si ricordano i canyon e la Route 66, benvenuti giri per il mondo e battute su quanto è piccante il wasabi.

Forse potevo scegliere un frame migliore.

Cars 2 è un ottovolante di espedienti per tenere alta l’attenzione. Espedienti spesso banali, triti e poco originali. L’esecuzione è come sempre (o quasi) ottima, solida e porta a casa un film che lascia poco o niente di rilevante, ma che tutto sommato diverte. Il punto è che Pixar, fino al momento dell’uscita di questo sequel, ci aveva abituato ad un certo standard e la mossa ‘Cars 2’ fece cadere un velo di tristezza e perplessità su molti appassionati.

17) Cars 3

Opera senza particolari picchi o particolari cadute. Ma con due grandi meriti.

Il primo è rimettere in carreggiata il franchise, emotivamente disperso con il capitolo 2 (che se non fosse per il valori produttivi, adesso appare quasi come uno spin off), tornando a parlare di ego, competizione e corse.

Il secondo è che il film revisiona i temi della saga con scelte narrative e tematiche immensamente più mature, portando a compimento lo sviluppo emotivo del protagonista in maniera delicata e intelligente, come solo Pixar sa fare.

Dopo il wasabi, il dramma di un incidente montato con brutali martellate di montaggio. La saga di Cars sicuro non manca in voglia di saltare da un tono all’altro.

Uno dei motivi per il quale lo studio si distingue da molte altre produzioni simili è la sua capacità di affrontare e rimarcare spunti di riflessione interessanti e per certi versi ‘anti-americani’.

I suoi personaggi sono spesso messi di fronte all’idea di non poter essere quello che vogliono o che il loro ruolo non sia importante come credevano. Sono quindi costretti a mettere da parte la propria tracotanza ed ambizione e trovare il modo di rendere la loro vita valida e significativa, nonostante tutto.

Cars 3 è un film discreto, piacevole, con qualche bella sequenza e una buona storia, niente di incredibile. Ma come tramonto della parabola di Saetta McQueen è sorprendentemente maturo e toccante.

16) Alla ricerca di Dory

Alla ricerca di Dory è sicuramente una pellicola più intensa di un Cars 3, e condivide il già citato tema del ‘caversela con quello che hai’, proseguendo il discorso che ‘Alla ricerca di Nemo’ faceva sulla normalizzazione dell’handicap.

Resta comunque una sorta di tentativo fallito di replica nei confronti della formula del film che lo precede, che è difficile non citare. Non ha la stessa perfezione ritmica, la stessa cura nel dettaglio in fase di sceneggiatura, non c’è la stessa urgenza, propulsione narrativa ed equa distribuzione di interesse.

La crescita dei personaggi non ha la medesima ‘gravitas’ drammatica e la varietà di situazioni non è colma di sorpresa e meraviglia come in ‘Nemo’.

Non so bene perché, ma con tutte le cose belle di questo film, sbalordisco ogni volta dall’espediente visivo usato per rendere la stempiatura del padre di Dory.

È un film con momenti molto toccanti e assolutamente ben accolti, ma che vive prevalentemente di un lato energico e buffo, esplicito nella scena in slow motion del camion che sembra urlare a squarciagola ‘godetevi questo forsennato delirio‘. Un film che vuole essere godibile e divertente.
E sicuramente ci riesce.

Ma accanto a ‘Nemo’… beh ne parliamo dopo.

15) Toy Story 4

Visivamente splendido, alcune scene eccellenti, molte gag ben riuscite e bellissime trovate in senso generale.
Ci son però dei problemi di ritmo, soprattutto nella parte centrale. Le scelte prese per l’arco narrativo di un personaggio in particolare rompono il Climax finale, rendendolo emotivamente confusionario.

I nuovi personaggi sono tutti interessanti, ma i vecchi vengono lasciati in disparte con un disservizio particolarmente sconcertante nei confronti di uno dei volti principali della saga.

Una bella storia, che in molti modi sembra essere coraggiosa e fare scelte tematicamente forti e sovversive, ma l’incastro non funziona alla perfezione, soprattutto in relazione ai capitoli che la precedono.

Il reincontrarsi di Woody e Bo è una delle sopracitate scene eccellenti. Così come l’entrata in scena di Gabby Gabby, che ci mostra come sia possibile l’orrore in un film animato per famiglie. Allo stesso modo la gag di Combat Carl conquista in due secondi la vetta comica della storia del cinema.

I precedenti 3 film erano meccanismi ad orologeria di scrittura perfetta che continuavano ad espandere il mondo dei giocattoli presentatoci nel ’95.
Il quarto capitolo barcolla invece in più di un punto stringendo fin troppo il focus su un singolo elemento della saga. Elemento che, negli episodi precedenti, era quasi assente. In virtù di questo, le scelte di Toy Story 4 si presentano come leggermente forzate e quasi esterne ai temi che fino a questo punto erano il fulcro delle ‘puntate precedenti’.

Nonostante ciò, come opera a sé il film non casca mai a terra e sembra quasi entrare perfettamente nel canone pur sovvertendolo. Si perde però nell’ignorare dettagli che rendevano la saga inespugnabile e coerente, risultando più simile ad una specie di fanmovie con grandissimo budget più che un vero e proprio capitolo della saga.

14) Brave

Brave è un film bellissimo, con un ritmo interno delle scene stupendo, ma un ritmo generale di racconto leggermente meno efficace e che sembra indeciso su che direzione prendere nella fase centrale. La sua pecca principale è quella di incanalare la narrativa su un meccanismo di racconto tristemente già visto. Ma a parte questo, il resto della storia è molto forte e pieno di momenti splendidi, i personaggi sono meravigliosamente caratterizzati e alcune scene vanno dal commovente al mozzafiato.

In particolare il montaggio della ‘giornata libera di Merida’ è uno dei motivi per il quale il cinema esiste.

Anche la scenda della prova del tiro con l’arco non scherza. Il dettaglio del graffio è pura poesia.

Piccolo appunto personale: questo è il film che ha iniziato a farmi riflettere sulla tematica della diversità di genere. Ci andai con mia sorella, compagna di Pixarate, la quale lo apprezzò immediatamente molto più di me e mi fece notare come il punto di vista femminile avesse risuonato con lei in una maniera che (almeno di primo acchito) non poteva rispecchiarsi al 100% con la mia, per motivi di ‘impostazione di default’.

Per questo non mi sento di essere troppo severo con il traballare del ritmo, magari per altre persone il lato emotivo può risultare molto più efficace e sopperire meglio agli scricchiolamenti di racconto. In questo senso, metto in conto che potrebbe anche meritare una posizione più alta.

13) Monsters University

Film incredibilmente sottovalutato.
La sua struttura è prevalentemente incentrata sulla commedia scanzonata piena di comprimari d’eccezione e situazioni intriganti, principalmente funzionali al sollecitare riso e divertimento.
Questo potrebbe farlo sembrare una pellicola poco ambiziosa, ma MU è invece una storia incredibilmente furba. Un racconto che ti distrae con la leggerezza mentre raccoglie in pugno i suoi temi e i suoi snodi narrativi. Quel pugno, poi, te lo suonerà dritto in faccia.

Dopo un film caleidoscopico, questo momento che come un funambolo quasi sfocia nel bianco e nero è da piangere fino alla disidratazione.

Tutta la sequenza che inizia con il lago è pregna di un’emotività brutale e sincera, degna dei più grandi momenti Pixar. In questa parte del racconto, le scelte visive e di ritmo sono eccezionali e traghettano in maniera stupenda la storia verso il finale; con un occhiolino metacinematografico (in particolare, orrorifico) agli amanti della settima arte.

Monsters University riesce nella missione nella quale i prequel di solito falliscono. Ricontestualizza in maniera interessante e dinamica certezze del film che lo segue/precede, utilizzando chiusure narrative dei personaggi in Monsters & Co per costruirne le origini e rendere il dittico ancora più solido e godibile. Senza contare il solito, splendido tema del ‘reimmaginare sè stessi’, mai forte e coraggioso come in questa pellicola.

Dan Scanlon, qui alla regia, è ora in sala con il già citato Onward. Ed è un talento che, al parere di chi scrive, va seguito.

Fine parte 1.

Ci vedremo presto nella 2, dove il gioco comincia a farsi davvero serio.

Alessandro Romita
Grafico e Illustratore, ma aspirante fumettista (per ora ha all'attivo il webcomic Piergiorgio e il Drago). Ha un amore feticistico nei confronti delle meccaniche che regolano i media, dal vivo quindi potrebbe discutere di tali argomenti a tempo indeterminato fino al rischiare denunce per sequestro di persona. Scrivendo almeno consente ai suoi interlocutori una maggiore libertà di approccio. Per lui, ogni scusa è buona per poter disegnare e discutere di ingranaggi comunicativi, in particolare quelli del videogioco, del fumetto, della musica, della pittura e, ovviamente, del cinema ed è convinto che di tali meccanismi si parli troppo poco. Quindi eccolo qui a sfogare le sue compulsioni, guidato da un idealismo innamorato e da un pericolosa foga entusiastica.

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