Carmelo Bene e il cinema ebbero una storia d’amore breve, della durata di qualche anno, con cinque lungometraggi (tutti benedetti dal Signore!). Poi, il Nostro decise di discostarsene e di farla finita per sempre con “la pattumiera di tutte le arti” ma questo, per intenderci, non lo diceva del suo cinema, ma di quello degli altri. Spieghiamo perché o meglio, proviamo a spiegare perché.

Per sua volontà Bene nega il cinema come mezzo di comunicazione di massa per elevarlo ad un’esperienza di ricerca interiore e iconizzazione personale. Di fatto egli stesso disse parlando dei suoi film: “nessuno può capire… fesso chi prova ad avvalere un giudizio, un dubbio, una perplessità”. Nei suoi film è impossibile oltre che fuorviante e inattendibile parlare di trama poiché si dà importanza al taciuto e non al detto, all’ invisibile più che al visibile. Appena accennato l’intreccio, infatti, questo muore un istante dopo. Per non parlare delle sequenze e delle serie di fotogrammi astratti, sovente accompagnati dalla potenza della musica, della voce fuori campo o anche semplici suoni o rumori per privilegiare le sensazioni inconsce alle consce. Egli distrugge l’ immagine, o meglio, la destruttura utilizzandola per portare l’ascolto su un altro piano anche se comunque sempre subordinata alla phonè (fonetica). Per lui l’immagine è volgare, cieca e non portatrice di comunicazione, forse adesso è chiaro perché compara il cinema ad una pattumiera.

Bene stravolge la grammatica del cinema, la continuità, gira film senza sceneggiatura ed ogni scelta anche se non capita è perfettamente coerente con la sua visione e la sua poetica.

Per comprendere meglio quanto detto dobbiamo approcciarci con i tre paradossi del filosofo greco Gorgia, che caratterizzano l’opera di Bene (anche il cinema) e che ne fanno l’artista della non-comunicazione:

  • Nulla esiste;
  • e ammesso che esita non potremmo conoscerlo;
  • e pur ammettendo di conoscerlo non potremmo comunicarlo;

Questi elementi sembrerebbero in antitesi con l’idea di cinema stesso che più di ogni altra forma d’arte per esistere ha bisogno di un pubblico che lo veda ( sopratutto che paghi il biglietto). Molti registi addirittura affermano che il cinema sia fatto solo ed esclusivamente per il pubblico ed in un certo senso è così, a chi dunque sono destinate queste pellicole? La risposta è: a nessuno!

Ma allora perché accostarsi all’ opera di Bene se non si può capire nulla e addirittura non è fatto per noi. Perché egli partendo (forse) con l’intenzione di distruggere il Cinema in realtà lo svecchia, gli ridona vita e gli restituisce la sua forza immensa. Poiché l’arte è proprio questo: la rappresentazione non solo del pensiero dell’autore ma anche della sua anima ed egli è l’artista dell’essenza, dell’incomunicabilità e del non rappresentabile.

Carmelo Bene (e non solo lui) ci ha mostrato un modo diverso di fare cinema dove si esprime veramente se stessi all’interno dell’immagine filmica e sopratutto con la massima intensità che il cinema può offrire e non con il minimo massimo che i mediocri riescono a cogliere. Purtroppo i poco registi sembrano voler dare dignità ai loro lavori e probabilmente non rendendosi conto della potenza del mezzo che hanno la fortuna di poter utilizzare.

 


 

Giuria DB Giovani 2020
autore_ Andrea Tundo

bio_ Ha quasi finito il liceo classico. É regista, il suo primo cortometraggio é “il Gabinetto” (2020). Ha frequentato un corso biennale di nozioni generali di regia a cura di Gianni De Blasi, svolto un tirocinio presso PassoUno produzioni e girato videoclip per artisti locali. Inoltre, é stato aiuto-regista sul set di “Brindisi” (Ale Marino e Nika Burnett, 2018) e assistente alla regia sul set di “oltre il confine” (Alessandro Valenti, 2020).

 


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