“Albè metti la sicura” e da bravo bambino, eseguo.
Mia madre siede davanti a me, papà mette in moto e si parte verso Lecce. Nel 1996 (avevo sette anni) in macchina si doveva parlare se a tacciare il silenzio non ci pensava già la radio.
“ma non è che sto film non è per la zia no?” papà non sa nulla, se non che come al solito s’è fatto tardi e che avrebbe dovuto tenersi a una certa velocità.
“no è bello sicuramente! Alla zia non interessa di che parla, lo vede comunque e si diverte!” dico ridacchiando. Mia madre cela a fatica un sorriso mentre mi guarda dallo specchietto del parasole per controllare se i miei capelli siano in ordine.
I miei sono sempre stati grandi giocatori di burraco. Dalle bische casalinghe con gli amici ai tornei in pompa magna. E vincevano! O comunque finivano sul podio racimolando statuine in cartapesta che andavano ad accumularsi sulla cassettiera della loro camera da letto, grappe o cene offerte in ristoranti sparsi qui e lì per il Salento. Quindi il sabato o la domenica finivo col “costringere” mia zia a portarmi al cinema. All’inizio non aveva troppa importanza la scelta del film, ma pian piano avrei acquisito una certa dimestichezza nel fiutare quale avrebbe fatto al caso mio.

“tra poco scendi all’angolo, guarda subito se c’è già la zia”
“eccola! Vado” bacio, bacio. “a dopo!”
“Ehi! Buonasera!” altro bacio. E la zia, cappotto di panno beige, collana a perline verdi e décolleté a tacco basso, mi prendeva subito per mano: una presa decisa e sicura, inconfondibile. Fintantoché si raggiungeva l’Ariston attraverso via Trinchese, si parlava del pranzo, dei compiti e solo dopo del film che stavamo per vedere. La zia, santa donna, mi chiedeva il titolo, sprazzi di trama e giocava affidando esclusivamente alla qualità del film l’arduo compito di decidere se dopo avrei meritato o meno il gelato. Col senno di poi avrei capito che, in realtà, voleva solo figurarsi a cosa sarebbe andata incontro la sua serata. Film per bambini? Cartone animato Disney? Commedia con qualche scena da guance rosse? Ovviamente il gelato me lo beccavo sempre e comunque ma credetemi se vi dico che non mi sono mai comportato da bimbo viziato e rompiscatole.
“si chiama Jumanji! Sembra proprio bello! Ci sono un sacco di effetti speciali!”
Questo suonerà un po’ come “sono trascorsi ottantaquattro anni…” (grazie vecchia del Titanic) ma… Vi giuro che sento ancora la pesante porta di legno che emette un leggero sibilo, l’odore dei pop corn mescolato a quello del vellutino delle poltroncine, la gente in fila ordinata, il brusio. La spensieratezza di quegli attimi saldati fra i ricordi più importanti. Quell’odore, oggi, è davvero difficile da ritrovare.

“questo deve essere bello” sospirò la zia guardando la locandina di “Ragione e sentimento”.
“però forse è un po’ noioso quello…”
“va bene, poi ci vengo con un’amica”
“ecco, brava!” anche se il poster attirò anche me: quei costumi, lo sfondo pergamena e poi Kate Winslet era magnetica.

“meno male, deve ancora iniziare!” ricordo la rabbia di quando tardavamo e ci toccava entrare a film iniziato. Poi, a fine film, avremmo aspettato l’inizio dello spettacolo successivo per recuperare i primi minuti persi. Sono certo che Quentin Tarantino abbia tratto spunto da esperienze come questa per strutturare i suoi script.
In sala le voci sono flebili, così come le luci dei lampadari che prima di spegnersi del tutto fanno da guida a chi deve ancora sedersi, mentre sullo schermo proiettano le pubblicità dei film di prossima uscita (la parola “trailer” non esisteva ancora).

“zia… hai portato le patatine?”. Lei arriccia le labbra e tira fuori le Sticki dalla borsa. Ribadisco, non ero viziato, giuro. Ero cicciottello, quello si.
Buio. Inizia il film. Quei tamburi risuonarono per molte notti della mia infanzia.
“mmah, non so. Io preferisco altro… Tipo il re leone”
“ma che c’entra zia… Quello è un cartone! È stato bello anche questo, dai”
“non so… avventuroso si, un po’ forte a momenti.”
“ma è bello quando i film ti mettono un po’ paura!”. La mia reale preoccupazione in quel momento era….
“vabe, prendiamoci il gelato così passa la paura va…”
Ed ero subito tipo Kevin: “sssi!”
“dammi la mano appena usciamo!”
Questo è per me il cinema: è la mano della zia che stringe la mia. È affetto, sicurezza. È un appiglio costante. È assoluta protezione.

casa della zia, salottino.

“La busta delle buste” è un contenitore improvvisato e ingombrante, il rimedio necessario e immediato che tralascia i protocolli.
Non so ancora cosa scriverò su questo blog. Probabilmente trasformerò questo spazio in una personale – e spero non troppo caotica – raccolta di flussi di pensiero, senza perdere il “focus cinema”. Quel che posso garantire è assoluta trasparenza. E pancake! Tantissimi, morbidissimi pancake ricoperti di glasse sempre diverse! A volte riuscirò a ingolosirvi a dovere, altre volte magari direte che siete allergici alle noccioline o che quel topping lì non fa proprio al caso vostro. Ma è tutto nella norma… Quel che conta, alla fine, è rimpinzarsi.

Alberto.

Alberto Mazzotta
1988, Cancro. Di Lecce ma vivo quattro quinti dell'anno a Milano. Ho studiato Media Design (Naba) e Cinema (Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano). Che dire... Non accettate i falsi. Esigete sempre e solo videocassette originali Walt Disney Home Video.

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