Ovvero un wrap-up: viaggio sentimentale nelle ultime visioni

A lungo, nonostante altri impegni, sono andato alla ricerca di film per cui scrivere. Questa ricerca, spesso frustrata, terminava con la presa visione di opere anche molto valide, per le quali però non avevo voglia di scrivere veramente nulla di *così* lungo o dettagliato. Ho cominciato a credere non fosse importante l’uscita di un articolo, che fosse rimandabile perché non mi sentivo al massimo.

Invece lo è, ho capito dopo. È importante quanto per me è stata importante la visione di questi film proprio nell’arco di tempo che va dall’inizio della quarantena ad ora, giorni elettrici in cui l’aria è sospesa. Perciò, Federica di ‘Camera Chiara’ non me ne vorrà se mi avvicino al suo format, se in questa sede farò, come lo chiamano gli americani, un wrap-up, parlando di 3 film che ho visto tra tanti (potete seguirmi su Letterboxd se volete rimanere aggiornati, @dasbaglio) attraverso i miei appunti, per sensazioni e impressioni, come pennellate veloci, come respiri profondi, per non rimanere neutrali, come dire che dire qualcosa è sempre importante.

Most Beautiful Island di Ana Asensio, 2017

L’esordio di questa regista, qui anche nei panni della protagonista, è di quanto più semplice ed efficace possa esistere. La vicenda principale copre l’arco di una giornata. Le riprese sono spesso eseguite con macchina a mano, e in tutto il film non vi è traccia di colonna musicale; perfino le battute sono poche, ben diluite. La storia è quella di Luciana, immigrata illegale a New York, costretta ad andare avanti attraverso una serie di piccoli lavori sottopagati. La svolta sembra arrivare quando Olga, una sua collega, le propone un lavoro, dandole un indirizzo e nessun dettaglio in merito se non il dress code.

L’Asensio gestisce benissimo il crescendo di tensione, dimostrandosi strabiliante soprattutto nel narrare una storia attraverso il non detto: sappiamo ad esempio, dalla prima sequenza, che Luciana è scappata da Barcellona, perché ha fatto qualcosa – qualcosa per cui è stata perdonata, le dice la madre, ma che probabilmente lei non è pronta a perdonarsi, rifiutando di tornare nel paese natio. La narrazione è cosparsa di indizi visivi e la regista si dimostra una brava attrice, facendo intuire molto del suo personaggio attraverso le espressioni, i gesti, le pause.

Tutto sembra stridere durante la visione, c’è qualcosa che si accumula e va a depositarsi: è un’ansia, un sospetto. La parte finale del film è ciò che rende quest’esordio così particolare e apprezzato, la chiave di volta della vicenda, capace di lasciare sorpresi, stupiti, persino confusi, senza la quale rimarrebbe solo un vuoto viaggio verso un nulla semantico. Alla fine dei conti, nonostante la sua particolarità, è solo un ingaggio, che può pagare bene e rendere indipendente una donna immigrata a New York, in cerca di una possibilità.

Perfect Sense di David Mackenzie, 2011

Mi verrebbe da dire fin da subito che “Perfect Sense” è un film vero, imperfettissimo ma vero. Occorre che mi spieghi: ci sono alcuni aspetti che proprio non sono riuscito ad ignorare. Il comparto tecnico è molto acerbo, più volte durante la visione ho auto l’impressione di vedere qualcosa di ‘handcrafted’ (tra tutto nominerei le luci poco organiche tra le varie scene e una regia insipida, che sembrava voler provare “un po’ tutto”), ho detestato gli intermezzi cronachistici stile Pubblicità Progresso e la morale quasi paternalistica. Avrei fatto a meno perfino del mezzo poemetto finale. Diciamocela tutta, questo film si regge in piedi esclusivamente grazie alla recitazione dei due protagonisti (interpretati da Eva Green e Ewan McGregor); guardarli è come assistere a una masterclass.

Perché allora consiglio la visione di quest’opera, definendolo film vero? Perché la storia ha una costruzione impeccabile e totalmente credibile. I due personaggi non risultano mai essere “tipi fissi”, ma veri esseri umani, colti in un momento casuale delle loro vite, che li ha voluti vicini. La storia narra dell’innamoramento di Susan e Michael durante lo scoppio di una pandemia che, come l’amore, sembra non avere un’origine reale, un perché, una casistica, una cura. Ma il mondo né è vittima, e le conseguenze sono nefaste: la perdita graduale di ognuno dei cinque sensi. Ed è proprio in questo scenario che i protagonisti mi hanno fatto innamorare con loro e di loro, facendomi eccitare, piangere, spaventare. Innamorarsi, deludersi, perdonarsi. A questo film mancava forse un lavoro di cesello, rifinitura e coerenza visiva, ma sorprende e trionfa nel creare questo mondo-altro, possibile e vero.

Violent di Andrew Huculiak, 2014

Se volete vedere questo film, evitate a tutti i costi di cercarlo. Non leggete nulla in giro. Purtroppo l’unica pecca che possiede è che per essere descritto ha bisogno di disvelare il suo principale turning point, che però si situa nel finale e serve esattamente a dare una dimensione a tutti gli avvenimenti al suo interno. Perciò non parlerò direttamente di quest’opera, se non dicendovi che andrebbe visto, e basta.

Una grande menzione d’onore la merita la colonna musicale, curata dalla band “We Are The City”, di cui fa parte il regista stesso, e i meravigliosi paesaggi norvegesi. Se dovessi dire, senza svelare nulla, di cosa parla questo film, dire che parla dell’amore, un coming-of-age realistico. È un cinema che riempie, che soddisfa, colma l’animo senza cercare a tutti i costi la concettosità. Laddove arriva l’immagine, la scrittura, la recitazione, arriva anche l’amore. Soprattutto quello degli altri.

Ho scelto questi tre film, tra tanti, perché hanno fatto delle proprie imperfezioni peculiarità, perché se ne parla poco e spesso passano invisibili i radar delle masse; perché tra tanti mi hanno fatto ricongiungere ad una forma per me pura del cinema, che spesso ricerco: un intrattenimento di forte impatto, visivamente piacevole, che non si risolva dopo la visione, ma che rimanga addosso come un’idea potente, come un’emozione difficile da smaltire, complessa da dire.

Antonio Scialpi
Classe '98, anima queer della festa. È appassionato di antropologia e semiotica. Adora filarsi film strani che non vede nessuno perché ha tempo da perdere. Scrive poesie, gli perdonerete l'astrusità. Lo trovate sui social come @dasbaglio. Può sembrare snob, ma è soltanto la resting bitch face.

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