Da qualche settimana sto ascoltando il mio primo audiolibro: un bellissimo, lunghissimo Dracula su YouTube (letto da Camponeschi e Bonanni, un vero toccasana per le orecchie). Attirato inizialmente dal motivo del vampiro, che ossessiona la mia fantasia da diversi mesi, devo ammettere che con il passare delle ore ho trovato nelle parole di Stoker un che di stantio, un romanticismo gotico quasi posticcio. Ho la netta sensazione che la misoginia, quasi fisiologica per un autore dell’epoca, qui mi sorprenda in maniera inaspettata. Sono stato quasi tentato di abbandonare l’ascolto.
Per rifarmi, ieri ho deciso di riguardare Dracula di Bram Stoker di F. F. Coppola. Durante la visione ho subito notato uno stridore con le atmosfere evocate dal romanzo, così cupe e dilatate, in cui tutti paiono immersi in un crogiolo di dettagli, seriosi, incapaci di reagire al male in maniera efficace.
Contestualmente, ho iniziato a leggere Il mostruoso femminile di Sady Doyle. Mi sono presto tra le pagine che parlano del romanzo di Bram Stoker, e proprio lì ho rinvenuto cinque parole che sono riuscite a dare una faccia alle mie perplessità.
Il mio problema con Dracula è che mi aspettavo una narrazione di sottile orrore, e invece ho trovato un romanzo “dozzinale e ossessionato dal sesso”.

“Cosa ha convinto un’intera comunità a rintracciare l’origine del proprio male nel corpo di una ragazzina?”
Ma torniamo indietro. Molto indietro.
L’anno è il 1892, e la città è Exeter, Rhode Island, Stati Uniti. Il corpo di Mercy Brown, 19 anni, viene riesumato, il suo cuore bruciato, e le ceneri sciolte e offerte come drink al fratello.
In quel periodo il New England era attraversato da una tempesta di panico: i cittadini erano convinti che una setta di vampiri stesse causando il lento ma impietoso deperimento di tutta la popolazione. Secondo Edwin Brown, tra i colpevoli era da annoverarsi la sorella adolescente morta poco tempo prima, che ogni notte – a suo dire – tornava dalla tomba per infettarlo.
Cosa abbia convinto un’intera comunità a rintracciare l’origine del proprio male nel corpo di una ragazzina sarebbe una domanda intelligente da porci, se non fosse che la risposta è solo: tutto. Tutto quello che mantiene in piedi la nostra società come struttura cognitiva, come sistema intelligibile di conoscenze, come ragionevole trama di presunzioni sui corpi altrui. Tutto questo è intrecciato indissolubilmente al corpo di Mercy Brown. In altre parole, il patriarcato.

“È impossibile pensare al vampiro senza pensare a Dracula”
Ora andiamo avanti di cinque anni.
1897: Bram Stoker pubblica Dracula. Lo stesso Bram Stoker che nel 1892 si trovava in America; sì, proprio quel Bram Stoker tra i cui appunti, anni dopo, furono ritrovati ritagli di giornale su un’epidemia di tubercolosi che aveva risvegliato un’antica superstizione tra i contadini del New England, portandoli a profanare i cadaveri dei propri vicini per bruciarne i cuori.
Sul successo planetario e immortale del libro c’è ben poco da dire. È impossibile, almeno per noi occidentali, pensare al vampiro prescindendo dal principe transilvano descritto da Stoker, che nulla o poco ha a che vedere con il vero Vlad III di Valacchia. Questo non significa che, come accade a molti classici, non abbia accusato il peso del nuovo secolo.

“Le donne di Dracula sono le mogli puttane o le indolenti madonne che attendono il matrimonio”
Tanto per cominciare, ci terrei a far notare che Dracula, scritto da un uomo cisgender etero bianco alla fine del XIX secolo, è un romanzo che parla di un superpredatore che seduce (leggi: violenta) una donna probabilmente bisessuale e potenzialmente poliamorosa, e del marito che per salvarla le pianta un paletto nel cuore. Non esattamente un ritratto adulatorio per una donna la cui unica colpa è quella di perdere sangue. Ma le figure femminili del Dracula originale sono così: se non sono le sue mogli puttane, sono le indolenti madonne che attendono con ansia il matrimonio, o al limite donnine maldestre o pettegole.
Prendiamo Mina: per buona parte della storia aspetta il ritorno del bel Jonathan; quando poi lo raggiunge in un convento, dove è stato soccorso a seguito di un trauma indicibile, al massimo si preoccupa che lui non abbia avuto un flirt nel frattempo – nel romanzo lei non ha ancora conosciuto Dracula.
Lucy Westenra invece resiste, tenta di forzare la caratterizzazione che gli impone la penna di Stoker. “Perché non permettere ad una ragazza di sposare tre uomini, o quanti ne vuole, e risparmiarle tutte queste noie?” sono le parole di una giovane donna imbrigliata da un sistema di controllo della sessualità femminile, sia all’interno della finzione narrativa, sia nella dimensione autoriale.

“La voluttà di Lucy non è scarabocchiata a margine di una lettera. Non c’è niente di lei che venga tenuto celato.”
La Mina del film è appena più disinibita di come ce la restituisce il romanzo. Sbircia il kamasutra, sì, ma non è indenne al fascino dello stupratore, dell’eroe byroniano che la perseguita nelle strade di Londra, e che lei finisce per amare nonostante abbia ucciso la sua migliore amica – che vuoi che sia, sono cose che capitano.
La Lucy con i ricci rossi del film, invece, pur nel suo didascalismo visivo disarmante, è molto più autentica alla ragazza che scrive quelle parole, rispetto a quanto lo sarà mai nel romanzo. La sua voluttà non è scarabocchiata a margine di una lettera: è esibita dalla chioma rigogliosa e dai vestiti dalle ampie scollature. Non c’è niente di lei che venga tenuto celato.
Persino nel suo momento peggiore. Nel romanzo, Dracula si “china” su di lei sulla panchina, senza che l’autore sia mia chiaro sul senso di quella parola. D’altra parte, nel film il vampiro la violenta nella maniera più esplicita che possa essere resa su pellicola, grottesco spettacolo per una Mina un po’ voyeurista che presta gli occhi allo spettatore.
Ma non è neanche quello il suo picco. Se infatti provate a googlare “Lucy Westenra” verrete sommersi dalle immagini della giovane sposa cadavere tornata a infestare la terra, in cerca della prole che non ha potuto avere da viva. È una Lucy eterea, trapunta di perle, avvolta in merletti e chiffon fluttuanti. Ed è tinta di un bianco non diafano, bensì solidissimo; un’assenza di colore che le viene imposta e che, più che una sposa, la fa sembrare una bambina. L’unica nota di colore è data dai bordi delle labbra: un rosso che viene dall’interno, che fa parte del corpo e della sua materialità, una minaccia.

“Il cadavere di Lucy è il maldestro tentativo maschile di cucirle addosso le sembianze della vergine o della bestia.”
Il male è una creatura di confine. Nel Medioevo, le persone lo temevano in quei momenti di interludio, come la mezzanotte, che non è ieri né oggi, o le nozze, quando non sei nubile ma neanche sei moglie. Tutte queste (e altre) occasioni erano oggetto di superstizioni.
Lucy è letteralmente dipinta in un eterno limbo, e i costumi di Eiko Ishioka (che le valsero l’Oscar quell’anno) sembrano evidenziare la volontà dell’uomo di tenerla cristallizzata in una forma che male le calza.
“È una bambina” dice Van Helsing quando la vede la prima volta. Ma non lo è affatto: è solo il maldestro tentativo maschile di cucirle addosso delle sembianze inoffensive da un lato, che la riconducano alla figura della vergine (e quindi al dominio familiare), e dall’altro di autorizzare preventivamente la narrazione di una bestia impostora, che ha preso il posto della povera creatura. Una puttana che si è presa il sangue di tre uomini e ne vuole sempre di più va giustiziata per la salvaguardia del patriarcato.
Eppure anche in questo esorcismo, tanto epicamente raccontato nel libro, il Van Helsing del film e i suoi Qui Quo Qua appaiono come una goffa cricca, degli imbecilli che vanno girando con fucili, scimitarre e crocifissi che a malapena sanno brandire.
Alla fine sarà proprio Arthur, l’uomo designato come marito (e quindi padrone) a trafiggerla con il paletto, come la civiltà prescrive, e a stabilire una volta per tutte dov’è che il suo corpo deve stare. Se non è questo il matrimonio, allora cosa lo è?

“Quello di Vampire Hunter D: Bloodlust è un medioevo bizzarro, una realtà tenuta insieme dell’attrito.”
Ma ora facciamo un altro piccolo balzo in avanti, appena 8 anni.
Una carrozza taglia la nebbia di una città tutta ferro e pietra. Una finestra si apre, e un bel mazzo di rose conosce l’inverno di un altro mondo. Un essere senza riflesso, con nere ali palmate, viola la stanza e rapisce una giovane donna dalla casa paterna.
È la prima scena di Vampire Hunter D: Bloodlust, film anime del 2000 di Yoshiaki Kawajiri (Madhouse studio) ispirato ad uno dei romanzi di Hideyuki Kikuchi. Il protagonista è D, un dhampir ammazzavampiri, figlio di Dracula e di una donna; per questa sua natura polimorfa è abietto dagli umani e dai mostri, è una creatura traditrice per nascita.
C’è molto di Bloodlust che ricorda Dracula di Bram Stoker. L’intro dell’anime è un tripudio gotico che ricorda molto, nel sentimento, la vena barocca che percorre il capolavoro di Coppola. Guglie di marmo perlato galleggiano nella notte, raccontando di una civiltà devastata dai vampiri che, tuttavia, sono sulla via dell’estinzione. Persino il titolo del film è sbalzato sul metallo, come lo era stato per Dracula.
Ma quello in cui opera D non è il mondo lussuoso dell’Inghilterra vittoriana. È un medioevo bizzarro che ha già assistito alla seconda rivoluzione industriale, pieno di contraddizioni, fatto di fosche città, deserti assolati, foreste lussureggianti. A volte sa della Francia gotica, a volte del Texas spaghetti, a volte dell’Irlanda celtica. È una realtà tenuta insieme dall’attrito, in cui il male trova terreno fertile.

“Meier Link dell’eroe byroniano ne ha solo le fattezze.”
Oltre a quanto già detto e ad alcune citazioni visive, ad accomunare i due film ci sono anche altri elementi. Primo fra tutti: il topos dell’eroe byroniano, l’amante maledetto.
In Bloodlust al posto di Mina/Lucy troviamo Charlotte Elbourne, la ragazza rapita dal malvagio vampiro Meier Link. Suo padre ingaggia D per liberarla o, nel caso sia già stata trasformata, ucciderla. Il tutto è talmente prevedibile e già-visto che la metà basterebbe, ma ovviamente non può essere così semplice. Quando D la raggiunge, Charlotte dichiara di essersi consegnata di sua volontà a Meier, perché i due sono innamorati.
Nonostante le perplessità iniziali – i vampiri possono stregare le proprie vittime in questo universo narrativo – le parole di Charlotte si riveleranno veritiere. E lo stesso Meier Link dell’eroe byroniano ne ha solo le fattezze: è in realtà un amante premuroso, che non esita a sacrificare la propria dignità, finanche la sopravvivenza, per il benessere della ragazza.
In una scena di un romanticismo crudele, Link esce dalla sua carrozza per soccorrere Charlotte, tenuta in ostaggio dai predoni che sarebbero pronti ad ucciderla pur di incassare la ricompensa. Il vampiro si espone alla luce del tramonto, e incede supplicante verso i rapitori, una patetica marionetta in fiamme.

“Charlotte anticipa la reazione della famiglia alla sua maturità sessuale.”
La domanda, alla luce di questo, diventa: che razza di mondo è quello in cui una donna, per reclamare la propria sessualità in maniera sicura, deve inscenare uno stupro?
A ben vedere, forse è proprio il nostro. Nel 2011 una sedicenne di Torino, dopo aver avuto un rapporto sessuale consenziente con il proprio ragazzo, in vista di una visita ginecologica raccontò ai genitori di aver subito una violenza carnale da parte di un gruppo di giovani rom, pur di non dover raccontare di aver perso la verginità. L’episodio degenerò in una spedizione punitiva da parte dei genitori e del loro gruppo di borghesotti amici ai danni del campo rom di Torino, che fu dato alle fiamme.
Questo è quanto la sua stupida bugia fu persuasiva, perché fondata su un sistema di credenze e di valori che attribuisce ruoli fissi alle persone in base alla loro (presunta) identità di genere e razziale.
Charlotte non ottiene risultati così disastrosi – non a queste proporzioni – ma anche lei, come la sedicenne torinese, anticipa saggiamente la reazione della famiglia alla notizia della sua maturità sessuale. Lord Elbourne è stato chiaro, dopotutto: la vuole vergine o morta.

“Le scene finali di Bloodlust sono una climax del sangue.”
Fortunatamente, Link riesce a mettere in salvo Charlotte dai predoni, e insieme a lei riparte alla volta del castello di Chayte, dimora di Carmilla (ispirata al personaggio dell’omonimo racconto di LeFanu). La vampira ha infatti promesso loro un futuro migliore sulla Città della Notte, un rifugio per vampiri nello spazio.
Le scene ambientate nel castello di Chayte sono un orgasmo rococò, un trionfo di rossi da far impallidire Suspiria. Dai marmi opulenti, alla danza nel concerto di candele, fino al bagno nel sarcofago, i momenti finali di Bloodlust sono una vera climax del sangue.
Quanto alla vera villain del film, prendete la solennità di Elisabetta I e l’eleganza brutale della xenomorfa di Alien, aggiungete l’acconciatura di Leia, e avrete Carmilla Bathory.

“Carmilla è una creatura famelica, dotata di un senso di autopreservazione che mette a rischio il dominio del maschio.”
La Carmilla di Bloodlust è l’incarnazione della mostruosità della donna, proiezione delle paure degli uomini che vedono in lei qualcosa di minaccioso. È una creatura famelica, dotata di un senso di autopreservazione che mette a rischio il dominio del maschio, una mangiauomini senza pietà. In nome di questa sua colpa, Dracula in persona la distrugge, trafiggendola con la spada d’oro (se la cosa fa risuonare in voi qualche fallica visione, non stupitevi) che ancora tiene il suo corpo mummificato inchiodato al sarcofago.
Carmilla è un mostro incantevole, nel senso che incanta e inganna. Le sue ignare prede sono attirate nel castello e persuase da fantasie nostalgiche o previsioni nefaste. Ma il suo vero obiettivo è il sangue di Charlotte, grazie al quale potrà riottenere l’antico vigore corporeo.

“D spacca l’illusione di Carmilla, ritrasfigurandola nella progenitrice immonda dei miti d’origine.”
Il vincolo è di nuovo il sangue, il fluido scarlatto che simboleggia sia la minaccia per l’uomo che il monito per la donna: le mestruazioni significano che la donna è pronta alla riproduzione, e quindi che l’uomo non può più permettersi di riconoscerle il diritto all’autodeterminazione.
Quando Carmilla riemerge dal suo bagno rituale, è una sirena viscida e creaturale, uguale e contraria al candore imposto di Lucy, ma che sconvolge per la sua stessa pretesa: quella di riprendere il dominio del proprio corpo.
E quando D farà breccia nell’illusione, spaccherà anche la bellezza di Carmilla, ritrasfigurandola nella figura serpentesca, la progenitrice immonda che sta alla base di tanti miti di carattere teogonico e cosmogonico, la donna bestiale che rifiuta di servire l’uomo e diventa fautrice d’inganno. Una tra tutte, e forse la più vicina alla nostra cultura, è la Lilith che si rifiutò di giacere con Adamo, e che divenne il serpente tentatore della mela, spesso raffigurato appunto con fattezze semi-umane femminili.

“Senza il seme dell’uomo, la donna minaccerebbe la sopravvivenza del genere umano.”
Alla fine, né D né Meier Link riusciranno a salvare Charlotte. Il vampiro ne raccoglie le dolci spoglie e sale sull’astronave di Carmilla, che sembra una cattedrale disegnata da Fabergé. Insieme ma irrimediabilmente divisi, salpano alla volta della Città della Notte.
Il finale è decisamente amaro, se consideriamo che di tutte le donne presenti nella storia l’unica che riuscirà a costruirsi una vita decente (o una vita e basta, se è per questo) sarà Leila, la butch queen (che ho ignorato bellamente fino ad ora) che scenderà a compromessi con la favoletta del matrimonio monogamico eterosessuale a scopo riproduttivo.
L’unico argine per la catastrofe diventa, secondo l’uomo, il suo stesso seme; senza di esso, la donna minaccerebbe la sopravvivenza del genere umano, sarebbe una genitrice incontrollabile di mostri. Il cinema è pieno delle proiezioni di questo timore: Godzilla, Jurassic Park, Aliens sono tutte la storia di una madre prolifica che l’uomo fatica a tenere a bada, una lotta contro il tempo, lo spazio e soprattutto contro le uova – o le ovaie.

Conclusioni.
Dracula di Bram Stoker (come il romanzo da cui è tratto) e Vampire Hunter D: Bloodlust sono solo alcune delle molteplici storie di vampiri – e vampire – che hanno contagiato l’immaginario mostruoso degli ultimi due secoli. E tra i tanti significati di cui questa truculenta figura si è fatta portatrice e specchietto, come la diffidenza verso gli scienziati, la paura della contro-colonizzazione dei paesi dell’Est Europa, vi è anche quello delle strategie che gli uomini hanno messo in atto per dominare le donne; dei corpi che sono stati loro sottratti, mutilati, riconfezionati.
Guardiamo l’esaurirsi di queste pellicole tenendoci le budella ricolme di rabbia, malediciamo quei saccenti profanatori, ma godiamo del vomito che viene risputato loro in faccia, un rancore millenario che ha il sapore del sangue.

Nota.
In questo articolo si fanno tanti riferimenti alla materialità del corpo femminile. Questa narrazione è solo quella che compone la mitologia dell’oppressione della donna. Identificare la donna con la madre è uno degli inganni del patriarcato. Nel mondo reale, non tutte le donne hanno la vagina, le mestruazioni e il desiderio o possibilità di avere figli, né tutte le persone che hanno una o più di queste caratteristiche sono donne.
Per chiarimenti e approfondimenti, vi rimando al libro che ho menzionato nel primo paragrafo: Il mostruoso femminile di Jude Ellison Sady Doyle, edito in Italia da Tlön.


autore_ Angelo Perongini
bio_ Angelo Maria Perongini (1996) è uno stregone della propaganda LGBT+. Si trasferisce a Pisa per l’università, che abbandona per incompatibilità di carattere. Avendo masterato l’arte del parlare male delle cose, si dedica in maniera dilettantistica alla scrittura e al disegno. Attualmente spende investe i propri soldi nel TCG di Digimon, sperando quantomeno di pareggiare i conti. Sogna di digievolvere in Angewomon.

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8 Comments

  1. Purtroppo l’articolo parte da assunti sbagliati già nelle premesse, cioè associare in un qualunque modo un libro e un film che sono alla base di un immaginario immenso e profondissimo che ha segnato la cultura dalla fine dell’800 ad oggi e…Vampire Hunter D: Bloodlust. Come mettere insieme La Fattoria degli Animali e Babe Maialino Coraggioso perché entrambi parlano di animali da fattoria.

    Tralasciamo pure l’associare il caso di Marcy Brown al patriarcato (peccato faccia parte del panico da tisi che colse il New England e portò alla riesumazione di vari corpi, dei quali la maggior parte di quelli documentati di sesso maschile). Passiamo al ruolo delle donne nel capolavoro di Bram Stoker: queste sono perfettamente rappresentative dell’epoca vittoriana in cui è ambientata tutta la vicenda. “…se non sono le sue mogli puttane, sono le indolenti madonne che attendono con ansia il matrimonio” perché sono il dipinto delle donne vittoriane: da una parte ci sono le perfette mogli vergini che aspettano solo di sposarsi e dall’altra ci sono le donne del movimento “new woman” (come le ha definite Sarah Grand) del finire dell’800, quelle forti e indipendenti, che leggono il kamasutra e si interrogano sulla monogamia.

    Per non parlare dell’enorme metafora dell’emancipazione femminile rappresentata da Mina, che inizialmente non subisce il fascino di Dracula. Inizia ad essere cagionevole e sopraffatta dalle forze del male solo dopo che – in un gesto di cavalleria – Van Helsing le chiede di non partecipare più alla caccia del vampiro ma di restare a casa. E proprio qui, quando Mina è confinata nel vecchio ruolo della donna vittoriana, quella chiusa in casa ad aspettare il marito, inizia ad attirare le attenzioni di Dracula e rischia la morte. Per salvarsi dall’infezione Mina deve tornare al lavoro, accanto agli uomini, al pari degli uomini. Lei stessa dice che quando sposerà Jonathan vorrà essere di aiuto, precisando che continuerà a studiare e a stenografare insieme a lui i diari di viaggio. Il tutto contestualizzato nll’800, è bene ricordarlo.

    Quindi il libro vuole solo – o ANCHE – essere un ritratto dell’epoca, ricco di metafore e livelli di lettura, una allegoria horror della società. E forse anche quella del vampiro/stupratore, ottima chiave di lettura del “cattivo” del racconto, è un’altra delle metafore del libro. E ripeto, del cattivo del racconto e non dell’eroe senza macchia, quindi associazione per nulla problematica, anzi.

    Che dire, se qualcuno non ha i mezzi per intellegere Dracula vuol dire che si dovrà mettere un messaggio in stile Via col Vento anche prima di questo.

    P.S. Si è scritto tantissimo e si è male interpretato altretanto su questo libro, soprattutto nel revisionismo storico degli ultimi anni. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, vi invito a leggere questo paper: https://core.ac.uk/download/pdf/228138117.pdf (scritto da Jordan Kistler, che insegna letteratura vittoriana all’università di Glasgow. Ed è una donna, quindi niente uomo cisgender etero bianco o altre aberrazioni del genere)

    1. Buongiorno.
      Cerco di rispondere a tutto.
      Tanto per cominciare, saresti sorpres* dai prodigi dell’ermeneutica. Se si possono mettere a paragone una poesia di Blake e un disturbo gastroenterologico (cosa che è stata fatta, se ne hai bisogno ti mando la fonte), allora non vedo come non si possa parlare nello stesso articolo di due storie di vampiri.
      Il mio intento non era compilare un articolo accademico peer-reviewed per pagarmi l’affitto, ma solo scrivere un articolo per un blog a partire da un paio di suggestioni. Mi sembra di non doverlo specificare, ma lo faccio comunque.
      Hai detto che si è interpretato male il libro. Dopo anni passati a leggere e riflettere sulla teoria dell’ermeneutica, credevo di aver imparato che non esistono interpretazioni sbagliate. Ma non si finisce mai d’imparare. Forse dovevo esprimermi meglio per far capire che l’articolo parlasse più del film che del libro, di cui ho peraltro specificato all’inizio di non aver concluso la lettura.
      Ora che invece sono agli ultimi capitoli, mi sento di poter affermare che il libro è anche peggio di quello che mi era sembrato all’inizio (dal punto di vista della rappresentazione dei personaggi femminili). Lucy muore male. La madre di Lucy ne causa in parte la morte (perché Van Helsing non l’ha ritenuta in grado di sopportare un’informazione vitale per sua figlia). L’impiegata delle pompe funebri la fa trasformare in vampiro perché le ruba il crocifisso d’oro. Le domestiche non sono neanche ritenute in grado di farsi tirare un po’ di sangue, e se ne vanno in giro che pare che non vedono manco i muri. La moglie di Van Helsing, appena citata, è pazza e quindi lui – da bravo marito – la considera morta. Mina fa il suo dovere, da brava moglie, e infatti l’unico complimento che le viene riconosciuto è che ha il cervello “da uomo”.
      Mi sembra che in questo senso il libro e il film si discostino abbastanza. Ed è per questo che io parlavo più che altro del film.
      Tra le altre cose, il paragone tra Mina e Lucy dal punto di vista “lavorativo” non mi sembra regga un granché. Lucy di lavorare non ne ha bisogno – è una nobildonna ricca di famiglia, sarebbe scema se lavorasse. Mina, se non ricordo male, è un’istitutrice o qualcosa del genere. Ma come tutte le altre donne, fa il passo falso (se così si può dire dell’essere assaliti da un mostro) quando le vengono nascoste informazioni che secondo gli uomini non è in grado di sopportare. Tra le altre cose, della bella squad anti-vampiri, Van Helsing è un medico, John pure, Jonathan è un avvocato (e poi si arricchisce con un lascito in eredità), Arthur è un lord, e Quincey sinceramente non so di cosa campi. Tutte queste persone hanno una fonte di sostentamento che, se non viene dal lavoro, viene da una condizione sociale. Quello che Mina fa per la squad non è lavoro – perché non viene retribuito, non so se si era capito – ma è “ancillato” per così dire. Non c’è alcuna indipendenza economica da “new women” in quello che fa Mina: fa quello che fa per apparire utile al giudizio degli uomini. Il lavoro non retribuito delle donne è stato uno dei cardini del sistema capitalistico degli albori (questo preso invece da Silvia Federici, “Calibano e la strega”).
      Inoltre, il fatto che la maternità sia un punto importante del programma delle “new women” dell’ottocento non è che regga proprio bene il colpo nel 2021. Anche le femministe radicali degli anni ’70 dicevano un sacco di cose poco carine e che oggi sono giustamente considerate sessiste – contro le donne stesso.
      Che il libro sia un ritratto dell’epoca mi è sembrato abbastanza chiaro, ma esiste una cosa che si chiama “autore implicito”, definito da Iser in “the act of reading”: cioè l’istanza interna al testo che organizza la materia narrativa, che non è né il narratore né l’autore in carne ed ossa. L’autore implicito è quel “luogo” in cui puoi fare un ritratto fedele di un’epoca i cui valori non condividi, senza che la tua presenza nel testo sia ingombrante (un esempio è Verga, che sceglie un narratore “ignorante” e “di popolo”, ma certo lui non ha studiato all’università della vita).
      Di Bloodlust c’è poco da dire. E’ una storia di vampiri che prende a piene mani dallo stesso immaginario a cui Dracula ha dato una bella botta anni prima. Che io sappia c’è solo un libro nella nostra cultura di cui sono interdette interpretazioni non “autorizzate”, ed è la Bibbia. Non avevo nessun intento di mettere a confronto due storie nella loro qualità (per quanto io preferisca Bloodlust a Dracula) ma semplicemente di cercare di fare il punto su un’immaginario da cui sono uscite tantissime storie.
      Per concludere, che “Dracula” faccia parte dell’unico vero canone occidentale è un “bel” mito del patriarcato. Ci sono tanti canoni e quello che ci viene presentato come necessario e naturale non merita più di altri che invece vengono passati in sordina. Bram Stoker era un uomo cishet bianco benestante, non è una cosa che mi sono inventato io, e mentre faceva le sue belle ricerchine con i fratelli medici, altri e altre scrivevano storie mentre cercavano di evitare di farsi ammazzare. E queste storie avrebbero potuto essere anche più valide, se fosse stata data loro una possibilità. JK Rowling, che pure ha moltissimo da farsi perdonare ancora da me personalmente, è stata rifiutata da chiunque prima di essere pubblicata (tra l’altro sotto pseudonimo per non far capire che si trattasse di una donna). Quindi non me la bevo che “Dracula” fosse l’unico modo possibile di scrivere quella storia, visto che altri classici suoi contemporanei a distanza di più di 100 anni non hanno una sola ruga, scritti sia da donne lesbiche, sia da uomini cishet.
      (PS: il fatto di Mercy Brown era, come ho detto, una suggestione. Ho letto altre fonti nel frattempo e so che certo il suo corpo non fu l’unico ad essere stumulato durante quel periodo, né che quell’epidemia fosse l’unica viva nella memoria di Stoker. Se ti aspettavi un articolo di tutto punto peer-reviewed, presto o tardi potrebbe uscire un mio pezzo su Shakespeare che pure non le manda a dire. Magari te lo linkerò qui se mai deciderò di correggerlo.)

      1. PPS: Se poi Stoker avesse voluto anche solo far vagamente supporre di non essere in linea con le idee espresse da Van Helsing, avrebbe potuto evitare di dargli il suo stesso nome di battesimo.

      2. Premessa importante a tutto quello che leggerai qui di seguito: siamo entrambi adulti e (tra qualche giorno, per quanto mi riguarda) vaccinati, quindi sappiamo entrambi che nessuno dei due cambierà opinione sulla questione, al di là di ogni paper o libro o studio di chi certamente ne sa più di noi. Tanto più se si erge la bandiera dell’ermeneutica, che avvalora tanto la mia interpretazione quanto la tua, e tanto basterebbe a rendere vana ogni discussione sul significato delle opere da qui e per sempre. Quindi forse non facciamola sventolare troppo questa bandiera.

        Innanzitutto sono d’accordo anche io che si possano associare le cose più disparate, ma nel momento in cui si tratta di un argomento più o meno serio, accostare due titoli così diversi e lontani (per intenti, realizzazione, messaggio) può solo – nel migliore dei casi – dare valore e risalto a quello più inutile dei due. Nel peggiore, far associare nella mente dello sprovveduto che magari non conosce uno o l’altro titolo, un’opera massima della letteratura con un anime di discutibile valore buono per qualche adolescente nippofilo. Converrai con me che sarebbe quantomeno clickbait se il titolo del tuo futuro articolo fosse “il ruolo delle donne in Shakespeare e in Dora l’Esploratrice”. Ma, touchè, è anche il motivo primo che mi ha spinto a leggere l’articolo sopra.

        Il motivo che invece mi ha spinto a lasciare il prolisso (vedremo se più o meno di questo) commento è invece il fatto che sarei d’accordo con tutte le tue remore su come la letteratura abbia portato alla società patriarcale nella quale ci ritroviamo oggi se non fosse che, proprio in questo caso, l’intento è esattamente l’opposto: presentare delle figure di donne forti, indipendenti, che nonostante si stiano per sposare vogliono continuare gli studi, vogliono continuare a lavorare, sono sessualmente “avanti” per l’epoca in cui si ritrovano loro malgrado. E tu mi dirai che è un nonnulla, è la normalità. Ma quello che manca è il contesto: siamo nell’800! Continuare gli studi non è tanto, è TANTISSIMO. Se non immergiamo le opere nel contesto ogni cosa ci sembrerà “poco” per quello a cui siamo riusciti ad arrivare due secoli dopo. Ma sono altrettanto certo che tra due secoli, anche il lottare su un asterisco o una shva semberà “poco”, semberà una roba inutile e avvilente. Immersi nella nostra epoca non lo è (vorrei potertelo confermare, ma a meno di incontrare anche io Dracula dubito potrò farlo).

        L’elenco dei lavori che svolgono i protagonisti maschili è anche questo da inserire nell’epoca. Certo, sarebbe stato bello se Lucy fosse stata un’astronauta e Mina una bravissima cardiochirurga ma avrebbe peccato leggermente di credibilità. Come dici tu “Quello che Mina fa per la squad non è lavoro – perché non viene retribuito” ma tanto meno lo è quello che fanno per la squad gli avvocati, i dottori e i lord, non vengono retribuiti per fermare il male, all’interno della squad nessuno viene retribuito e sono tutti dei volontari. Tanto lo è Mina quanto lo è Jonathan.

        Per quanto riguarda il – da te citato – “autore implicito” penso che Stoker abbia solo da insegnare, visto che l’intero racconto è scritto attraverso le missive e i diari dei protagonisti, senza che la mano di un autore si senta nemmeno lontanamente. Più implicito di così non so come altro potesse nascondere la sua mano.

        Sul fatto che Bram Stoker abbia questa enorme tara dell’essere un maschio bianco ecc ecc non mi vorrei nemmeno soffermare, ma mi fa estrema tristezza il fatto che per avvalorare la bontà di altre opere che sono rimaste colpevolmente nascoste a causa della società (ed è drammatico, concordo) si debba sminuire e attaccare un altro autore che ha la sola colpa di non fare parte di una minoranza. Sarebbe bello se le opere venissero apprezzate per quello che sono e non per l’orientamento sessuale dell’autore o per il colore della suapelle. E sarebbe bello che, per difendere una causa giustissima, non si commettesse lo stesso errore.

        1. Che Stoker avesse un’idea più o meno vaga di cosa sia un autore implicito è ovvio. Ma quello su cui forse non siamo d’accordo è la qualità letteraria di “Dracula” stesso, che per me rimane un bel romanzo, non un capolavoro. L’ho ascoltato spesso con il sorriso – perché con chi te la prendi? – ma non ho notato alcun intento di mostrare le donne in una luce positiva o “equa”. Anzi. Ogni volta che sentivo “donna” era in frasi del tipo “le donne sono deboli per natura” o “noi donne abbiamo tutte un istinto materno” e robe così. Per me qualsiasi fosse l’intento, manca proprio il bersaglio.
          Per Vampire Hunter D, boh sarò io, ma a me piace infinitamente di più di Dracula. Solo perché non è ultracitato o è venuto prima degli altri, non credo che la cosa ne diminuisca il valore.
          Per quanto riguarda il fatto che Stoker fosse bianco e cishet: è un fatto. Non è una detrazione, ma lo diventa quando usi questa condizione in maniera programmaticamente scorretta (ad esempio “salvando” l’unica donna di tutto il romanzo a cui viene detto che ha il cervello da uomo). Victor Hugo, altro autore bianco cishet suo contemporaneo, ha scritto uno dei miei romanzi preferiti, e non mi vedrai inveire contro di lui. Semplicemente, se sei in una posizione di privilegio e ti metti a parlare di categorie (e magari anche A NOME DI quelle categorie) di cui hai una conoscenza puramente oggettuale, potresti finire con il fare una goffa imitazione di empatia. Questo ho percepito io leggendo (ascoltando) Dracula. Anche contestualizzato nella sua epoca, è un romanzo che è sopravvissuto per altri motivi, non certo per la sua grandezza.

        2. Poi questa storia che il colore della pelle non conta è una roba da white privilege. Non a tutte le persone vengono date le stesse opportunità, perché molte categorie, oltre che svantaggiate, sono scoraggiate dalla storia di un determinato settore in cui provano ad inserirsi. Non c’è nessuna febbre da politically correct, c’è solo gente che non si rende conto che la differenza tra categorie non è orizzontale, ma verticale.

          1. Che sia chiaro, in nessun punto dei miei commenti ho mai detto “il colore della pelle non conta”, non esiste il white privilege o niente di neanche lontanamente simile. Non ho bisogno del racconto sulle diversità di opportunità offerte dalla società perché lo conosco benissimo, vivo anche io su questa terra.

            Per concludere, dal tuo ultimo commento sono abbastanza certo che farai fatica a pensare ad un’opera letteraria che apprezzi di un autore bianco etero cis e tutto il resto. E se così fosse, sarebbe abbastanza drammatico.

  2. Amo la gente muore e tu sei triste perché non mi piace via col vento?

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