Scrivo queste parole pochi giorni dopo la pubblicazione in Italia dei primi prodotti de L’Alta Repubblica, una nuova saga che s’innesta nell’universo espanso di Star Wars. Ha fatto molto discutere la scelta di inserire nel fumetto due cavalieri Jedi non-binary, primi personaggi esplicitamente transgender di tutto l’universo espanso. Molti hanno gridato alla dittatura del politically correct – ennesimo feticcio reazionario di un pubblico di affezionati della continuità – chiedendo di tenere la politica fuori da Star Wars.

Questo articolo nasce da una domanda: come si fa a sostenere la pretesa di scindere la politica da Star Wars, se la stessa trilogia originale è imperniata sulle fatiche dell’Alleanza Ribelle che tenta di restaurare la democrazia in una galassia soverchiata dall’Impero? O abbiamo guardato Una nuova speranza solo per lo sfrigolio delle spade laser l’una contro l’altra?

L’Alta Repubblica, a tal proposito, non è il primo tentativo di aprire una breccia nei ranghi di un fandom così attaccato al vintage. Nel 2017, infatti, un anno dopo il brillante Rogue One, usciva nelle sale l’Episodio VIII della saga cinematografica, Gli ultimi Jedi; un film che definire “divisivo” è eufemistico.

Gli ultimi Jedi fu oggetto di una campagna di review-bombing molto aggressiva.”
Consideriamo, ad esempio, i dati di Rotten Tomatoes. Episodio VIII colleziona un indice di gradimento di pubblico del 42%, il più basso tra tutti i 9 film principali, con uno stacco di ben 14 punti da Episodio II. La critica gli assegna invece un 90%, provocando uno scarto di 48 punti dall’accoglienza del pubblico: è la discrepanza di giudizio più ampia nella saga Skywalker – segue Episodio IX con “soli” 35 punti di differenza (pubblico 86%, critica 51%). Anche su Metacritic il film tocca un 84/100 secondo la critica, ma appena un 4.2/10 secondo il pubblico. Positivi invece i giudizi misurati sulla base delle ricerche di mercato, ad esempio ad opera di CinemaScore e PostTrack. È interessante notare, tuttavia, che nel 2019 un portavoce di Rotten Tomatoes ha affermato che il film fu oggetto (insieme a Black Panther) di una campagna di review-bombing molto aggressiva, con l’effetto di abbassare drasticamente il punteggio.

“Lo scopo dell’articolo è evidenziarne i caratteri che rendono Episodio VIII un caso di accoglienza così peculiare.”
A partire dalla domanda sopracitata e da questi raffronti statistici, questo articolo sarà una disamina tematica de Gli ultimi Jedi, il cui scopo sarà quello di evidenziarne i caratteri, principalmente per contrasto con gli altri capitoli della saga, che lo rendono un caso di accoglienza così peculiare.
Il limite più grande che mi è imposto è ovvio: non ho la possibilità materiale di mettere a sistema i gusti filmici di ogni singolo individuo di cui è composto il pubblico, il che mi permetterà solo di intuire, e non di dedurre, quali elementi siano motivo di disturbo. Il secondo limite, meno scontato, è il mio background teorico, costituito dalla letteratura piuttosto che dal cinema, e che mi porterà a preferire spiegazioni di carattere narrativo più che prettamente cinematografico.

“Il film si distacca dalle trilogie precedenti, un movimento che a tratti ha quasi il gusto della rottura, finanche del sabotaggio.”
Chiuse le premesse, entriamo nel vivo.
Formalmente, il film non presenta grandi divergenze dagli altri. Come altri Episodi prima di lui (La vendetta dei Sith e Una nuova speranza), si apre nel mezzo di uno scontro nello spazio, mentre le ultime navi vengono evacuate dalla base della Resistenza sul pianeta (come in L’impero colpisce ancora).
Quello che mi colpì quando lo vidi la prima volta, e che mi strania ancora quando lo vedo per la terza, è il senso di ilarità quasi gratuita che compare già fin dai primi minuti, quando Poe Dameron sbaglia volontariamente la pronuncia del nome del generale Hux, e afferma di aver un messaggio da parte di Leia “per sua madre”.
Il pubblico può sentire il sudore di Hux che cerca di mantenere una maschera di seriosità, perché è anche il suo sudore: ridere non è la prima reazione, perché la saga ha abituato lo spettatore ad un umorismo fatto di battute sagaci più che di cali di serietà. Persino le preoccupazioni di C-3PO, il droide protocollare ansioso, sono perfettamente in linea con il suo personaggio, mai risultando clownesche. L’unico altro esperimento in questo senso era stato Jar Jar Binks in Episodio I, che forse non a caso su Rotten Tomatoes ha il terzo indice di gradimento più basso di pubblico, e il secondo di critica (qui staccandosi di solo 1 punto da Episodio IX).
Da questo momento in poi, il film si prende delle libertà che all’occhio di un fan(atico) sono al limite del sacrilego: vediamo Luke sbeffeggia Rey a proposito delle sue credenze sulla Forza, mentre la solletica con una foglia di palma; vediamo i getti di vapore di una navicella che atterra e che in pochi secondi si rivela essere un ferro da stiro; e ancora vediamo – con una nota di cringe – Rey che chiede a Kylo Ren di coprire i più grandi pettorali nudi mai visti da un Jedi.
Gli ultimi Jedi è prodotto che si prende meno sul serio di quanto ci saremmo aspettati; tuttavia, non viene mai meno all’impegno di portare una saga venerabile, durata quasi un lustro, al suo ultimo pit-stop prima del traguardo.
Ma dove il film riesce meglio è nel distacco dalle trilogie precedenti, un movimento che a tratti ha quasi il gusto della rottura, finanche del sabotaggio; obiettivo che gli Episodi VII e IX non si pongono nemmeno.

Il risveglio della Forza è un filo-reboot ridondante con una trama stantia e una prodigalità di citazionismi che rendeva lo script degno di Wattpad.”
Il risveglio della Forza era stato un evento più che un film. La galassia ci riapriva le sue porte, stendendoci davanti ancora una volta il suo tappetto di caratteri gialli. Per quelli della mia generazione che erano cresciuti con i DVD, poter finalmente prendere posto in sala e sobbalzare sul SI del Main Title era un’esperienza che sapeva di iniziazione.
Come poi questo titolo sia riuscito a toccare il 93% dei giudizi della critica su Rotten Tomatoes (con un stacco di solo 1 punto da L’impero colpisce ancora, che risulta più gradito della saga) è per me un mistero. Anche il pubblico di Letterboxd lo piazza al primo posto (3,6/5) della nuova trilogia. Solo Metacritic gli dà un punteggio di 80/100, pur sempre alto ma comunque 4 punti al di sotto de Gli ultimi Jedi.
De L’ascesa di Skywalker non parleremo adesso perché non mi sono consentite le parolacce.
Il problema più ovvio di Episodio VII è che è un calco di Episodio IV, un filo-reboot ridondante con una trama ormai stantia e una prodigalità di citazionismi che rendeva lo script degno di Wattpad. Letteralmente, la sequenza degli eventi è la stessa: un droide con informazioni preziose finisce su un pianeta desertico pieno di rottami, dove viene trovato da un giovane potente nella Forza ma ignaro, che presto si ritrova alle calcagna un cattivo mascherato; incontrano Han Solo e Chewbecca e si uniscono ai ribelli che mirano a distruggere una macchina da guerra così potente da obliterare un pianeta con un solo colpo.

“Le citazioni di Episodio VIII raramente sono sguaiate.”
Ora, affermare che Gli ultimi Jedi non faccia citazioni sarebbe ingenuo.
Il motivo della separazione dell’eroe, la forza centrifuga che spinge Rey alla ricognizione di Luke Skywalker, che la inizierà alle vie della Forza, è un richiamo all’addestramento che lo stesso Luke aveva seguito, con un buffo Maestro Yoda sulle spalle, ne L’impero colpisce ancora  – anche questo secondo capitolo della sua trilogia.
Ciononostante, le citazioni di Episodio VIII raramente sono sguaiate: hanno una loro compostezza, ma non sono gare a chi riconosce più cimeli dell’universo espanso. Penso alla battaglia sulla piana di sale che tutti avevamo scambiato per neve, come quella di Hoth – complici anche gli iconici camminatori imperiali di Episodio V che sono stati ripresentati quasi identici. Anche un soldato della Resistenza cade nel tranello: ne assaggia una punta per poi sputarla, disgustato.
Questo riferimento non poi così velato è sintomo di una regia/sceneggiatura (entrambe opera di Rian Johnson) matura, che sa di potersi prendere gioco delle aspettative del pubblico, manipolando in bella vista un dettaglio di uno dei film di maggiore esposizione di tutta la storia del cinema, non di una vignetta di un fumetto che hanno letto 3 persone in sala.
Non mancano comunque le citazioni pure e semplici, che possono però essere caricate di un’enfasi che ne fa momenti nuovi, risemantizzati. Ed è soprattutto in queste che possiamo notare la metamorfosi di una saga che dimostra di potersi reggere sui suoi stessi piedi, che può riaprirti davanti piccoli tesori del passato, senza volervisi necessariamente puntellare. Mi riferisco, ovviamente, al messaggio olografico che R2-D2 mostra a Luke, rimasto miracolosamente nel suo drive dal 1977: bastano poche parole – “Aiutami Obi-Wan Kenobi, sei la mia unica speranza” – per scatenare singhiozzi in tutta la sala.

“La maschera di Vader è il simbolo di un idolo a cui non si è all’altezza, ma anche di una mucca che non si più mungere.”
Ma quelle che secondo me rendono Gli ultimi Jedi uno dei film migliori della saga – sicuramente il migliore della sua trilogia – sono le citazioni cambiate di segno. Mi riferisco a quei momenti in cui situazioni o personaggi del passato sono ripresi per essere “manomessi”.
Parliamo ad esempio del Leader Supremo Snoke. In Episodio VII, ci era stato presentato come un personaggio apparentemente misterioso. Comparso come forma di un gigantesco ologramma nel film precedente, non si trattava di nulla che non avessimo già visto in Episodio V: un “nuovo” imperatore dal volto piagato che muove le fila del suo burattino con la maschera nera. Cosa significa Snoke che già non significava Palpatine? Non tanto quali sono le sue origini, bensì dove vuole andare? Qual è il suo scopo se non usare la forza bruta di un Jedi che ha perso la fiducia nel suo maestro per sottomettere tutta la galassia? E lo stesso Kylo Ren, bardato della sua maschera così simile a quella di Vader, cosa è se non un’altra versione del celeberrimo villain?
Il loro primo confronto in Episodio VIII è carico dei sintomi di questa insufficienza narrativa. Qui Johnson fa un dietrofront clamoroso rispetto ad Abrams (regista e co-sceneggiatore di Episodio VII). Snoke sbeffeggia Kylo Ren sul nervo scoperto: “Non sei Vader”, “Togliti quell’affare ridicolo”. La maschera che compare sui poster di Episodi VII e IX, ma non VIII, viene di lì a poco fracassata dallo stesso Ren: è il simbolo di un idolo a cui non si è all’altezza, ma anche di una mucca che non si può più mungere.

“Episodio VIII sconfessa il mito – un po’ fascista – del sangue come veicolo di potere.”
Specchio di Kylo Ren e sua equivalente nella luce è Rey. La ragazza, dopo aver scoperto di essere sensibile alla Forza, cerca di ricostruire un passato tutto sfilacciato, laddove Ren se ne trascina uno dalla fittissima trama. Cede persino alle tentazioni del lato oscuro, nella caverna dove uno specchio dovrebbe mostrarle il volto dei genitori, e invece le restituisce la sua stessa immagine.
Fino a questo momento eravamo stati abituati alla genealogia come spiegazione dell’individuo: Anakin è stato concepito dai midiclorian, Luke è figlio di Anakin, Leia è sorella di Luke, Kylo Ren è figlio di Leia. Succede tutto in famiglia. Episodio VIII, invece, sconfessa questo mito – un po’ fascista – del sangue come veicolo di potere. Finalmente, la figura Rey spezza il vincolo che teneva tutto legato come attorno ad una giostra. La Forza può allora manifestarsi gratuitamente, senza assicurazioni di tipo parentale, anche nel più dimenticato e sfruttato dei bambini.

“Luke Skywalker è solo un vecchietto che ha percepito il peso insostenibile della religione Jedi.”
Altro momento straniante al punto da risultare – volutamente – ridicolo è la consegna della spada laser a Luke Skywalker. Lo avevamo lasciato alla fine di Episodio VII, un eremita con la barba folta, che se ne stava dignitosamente sul suo poggio d’esilio a scrutare l’orizzonte. Lo ritroviamo uguale, ma è solo un istante: un riflesso, un gioco di prospettive, che si rompe subito quando si lancia la spada alle spalle, nello sconcerto generale di Rey e del pubblico. Di lì in poi, lo vedremo più simile ad un anziano che si è dato allo zero waste, burbero e ignavo al punto da risultare antipatico come non lo è mai stato.
Per quanto ne faccia le veci, non è Yoda, non è Kenobi. È solo un vecchietto che ha percepito, come suo padre prima di lui, il peso insostenibile della religione Jedi. E non è tuttavia pronto a liberarsene; non a caso, ha scelto come rifugio Ahch-To, il pianeta su cui sono nati i primi Jedi e che, nel suo primo tempio, custodiva ancora i testi sacri dell’Ordine. Il che è ironico per un film che si chiama Gli ultimi Jedi.
Tuttavia, non si tratta solo di un conflitto del personaggio: è lo spettatore stesso, dopo aver assistito all’inesorabile caduta di Anakin Skywalker ne La vendetta dei Sith, che nutre una certa diffidenza per la religione Jedi. Nascondere questa lotta intestina tra il lato oscuro e la luce ad un pubblico – quello del 2017 – molto familiare a narrazioni sulla nocività delle repressioni emotive, significherebbe sottostimarlo e quasi prenderlo in giro.
Quando arriva il momento di dare a fuoco il tempio con i testi dentro, Luke ha un momento di esitazione, ed è solo l’intervento di un fantasma della Forza goffo e familiare a risolvere il suo intento. Il Maestro Yoda qui è molto più simile a quello di Episodio V. Oltre ad essere un pupazzo reale, invece che un prodotto della CGI come lo avevamo visto nella trilogia prequel, il nostro “piccolo, verdastro amico” è saggio quanto irriverente: “Oh, letti li hai tu? […] Avvincenti certo non sono” replica al balbettio di Luke. E in poche, sgrammaticate parole, c’è tutta quella sagacia di cui avevamo bisogno nel momento della risoluzione di una pellicola che fa tanti cambi di marcia, tante esitazioni.

“Il lusso del casinò di Canto Bight è madido e claustrofobico. C’è poco di “lontano lontano” in questo luogo.”
Infine, un loro paragrafo meritano anche Finn e Rose, se è vero che il motivo razziale è stato propulsore del review-bombing del film, come suggerito dal portavoce di Rotten Tomatoes.
La loro avventura ha ben poco di quel fascino proprio di Star Wars, non fosse che per il setting. Il casinò in cui s’imbucano, infatti, non somiglia a niente che avevamo già visto nella saga: un concentrato di opulenza che, oltre ad essere del tutto estraneo ai paesaggi desolati o alle ampie architetture che fanno da sfondo ai momenti più iconici della saga, non ha neanche i caratteri del futurismo un po’ antiquato dei grandi luoghi del potere repubblicano visti nei primi tre Episodi.
Il lusso del casinò di Canto Bight è madido e claustrofobico. C’è poco di “lontano lontano” in questo luogo, e il perché è presto detto: i suoi frequentatori, infilati in smoking e abiti di haute couture, non sono altro che mercanti d’armi. E non stupisce la loro ricchezza se pensiamo ai titoli dei film.
Se è vero che Star Wars era nato come epopea dello spazio, come fantascienza dalla struttura fiabesca, d’altra parte il nostro mondo non somiglia per niente a quello che aveva accolto il primo film in CGI nel 1977. L’idea ripresa da Episodio VII di una nuova ribellione armata contro un governo guerrafondaio e dittatoriale autoproclamato, oltre che risultare pigra, non riflette quasi per nulla lo spirito del nostro tempo – almeno in Occidente – dove le battaglie assumono altre forme e le oppressioni non si fanno sono con le pistole. Visto anche l’accesissimo dibattito sul controllo delle armi negli Stati Uniti, sarebbe stato bello se la saga avesse preso una nuova direzione. Da J.J. Ambrams, nostalgico incallito, non ce lo potevamo aspettare, ed è apprezzabile che Johnson trovi un escamotage per puntare i riflettori su un motivo obsoleto – la divisione netta tra buoni e cattivi – che è stato costretto ad ereditare.

“Episodio IX rende Finn e Rose due sconosciuti che non si guardano in faccia neanche per un secondo.”
Intelligente anche la scelta degli attori di Finn e Rose, afrodiscendente lui, asiatica lei, per due personaggi che s’infiltrano in una tana di privilegiati.
Ed è deprecabile (oltre che razzista) che Episodio IX mandi tutto all’aria, rendendo Finn e Rose due sconosciuti che non si guardano in faccia neanche per un secondo, e confezionando una lovestory posticcia tra Finn e una personaggia afrodiscendente sulla base del solo colore della pelle; personaggia che, guarda caso, si scoprirà essere figlia di Lando Calrissian, unico personaggio nero della trilogia originale. Il tutto condito quella nota di giustezza sociale che ricorda molto i bagni “colored only”.

“La fotografia non abbandona il gusto vintage, ma non ha paura di osare.”
Prima di parlare delle note dolenti, volevo spendere due parole per la fotografia, che non abbandona il gusto vintage – come nelle scene della battaglia finale sulla piana di sale, di un rosso crudo e sporco, a cui si accompagnano il grigio rugginoso degli speeder e quel nostalgico arancio delle tute dei ribelli – ma non ha paura di osare con colori come lo scarlatto vibrante della sala del trono di Snoke, o gli ori del casinò di Canto Bight. Già in altri casi (ad esempio nel design della Coruscant della trilogia prequel) si era tentato di forzare l’estetica dei primi film, un genere nuovo che fondeva le materie torride dei western alle forme sinuose dei samurai (per questa riflessione ringrazio Alessandro Romita), saldando il tutto con una colata di dieselpunk, e che con il tempo è diventato identificativo del franchise. Nella trilogia sequel, tanto affezionata ai motivi e alle situazioni della trilogia originale, forse anche perché ne rappresenta il seguito cronologico oltre che spirituale, quelli citati sono tra i pochi esempi che spiccano.
Menzione speciale per la scena della Manovra Holdo. Ricordo perfettamente, mentre ero seduto al cinema, il sentimento di perplessità che cresceva in quei momenti, finché la prua dell’incrociatore della Resistenza non puntò sull’ammiraglia del Primo Ordine, e tutti ci ritrovammo a tenerci la mandibola e fissarci a vicenda, come a domandarci “sta davvero per succedere?”. Il silenzio assoluto che taglia la colonna sonora a metà trovò perfetto eguale in quello in sala: una di quelle esperienze che rende il grande schermo degno del suo nome.

“Il film lascia allo spettatore una storia annacquata, e la sensazione di aver guardato qualcosa di slegato.”
Come anticipavo, tuttavia, Gli ultimi Jedi non è certamente un film privo di pecche. A partire da alcune soluzioni narrative che finiscono per depotenziare un po’ i messaggi dell’opera – penso alla sopravvivenza dei testi Jedi e alla continua serie di voltagabbana di Kylo Ren – fino ad arrivare alla struttura eccessivamente centrifuga delle peripezie dei vari eroi, il film lascia allo spettatore una storia annacquata, e la sensazione di aver guardato qualcosa di slegato.
Il punto, a mio avviso, è che Episodio VIII manca di una spinta di coraggio che sarebbe bastata per dare il taglio all’ultimo filo che lo teneva ancora legato al destino che si sarebbe compiuto poi in Episodio IX. Forse anche per necessità di franchising, Gli ultimi Jedi avvia suo malgrado la parabola stucchevole che è L’ascesa di Skywalker, un film, quest’ultimo, che dimostra un’immaturità autoriale imbarazzante, indegna anche della peggiore fan-fiction. Dove l’VIII aveva tagliato, il IX ricuce frettolosamente, magari mette pure un po’ di scotch, e dove non riesce passa con lo scolorino.

“Star Wars, per i veri aficionados, è un po’ come la religione o come il porno.”
Per concludere rispondendo alla domanda iniziale, forse ciò che rende Gli ultimi Jedi un film così divisivo è questa stessa ambiguità: è talmente autoconsapevole da spaccare un’epica da miliardi di dollari, ma non abbastanza da assumersene le piene responsabilità. La pars destruens funziona in maniera impeccabile, ma non è bilanciata da una pars costruens di altrettanto successo. C’è molto che un fan casual come me può apprezzare, moltissimo di cui un critico cinematografico possa compiacersi, ma ben poco che un fanatico non si senta autorizzato a indicare come sacrilego.
Perché in fondo Star Wars, per i veri aficionados,  è un po’ come la religione o come il porno: funziona perché è autoreferenziale, perché la trama è sempre uguale, perché la solita colonna sonora mette sempre i brividi.


autore_ Angelo Perongini
bio_ Angelo Maria Perongini (1996) è uno stregone della propaganda LGBT+. Si trasferisce a Pisa per l’università, che abbandona per incompatibilità di carattere. Avendo masterato l’arte del parlare male delle cose, si dedica in maniera dilettantistica alla scrittura e al disegno. Attualmente spende investe i propri soldi nel TCG di Digimon, sperando quantomeno di pareggiare i conti. Sogna di digievolvere in Angewomon.

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