Blow up, Michelangelo Antonioni, 1966

blow up

Fonte: Cineteca di Bologna

 

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Fonte: Cineteca di Bologna

 

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Fonte: Cineteca di Bologna

 

Blow up è come lo zen: nel momento in cui lo si spiega, lo si tradisce. E’un film che si presta a tante interpretazioni, proprio perchè riguarda l’apparenza della realtà. E’ una recita senza epilogo, paragonabile a quelle storie degli anni Venti dove Scott Fitzgerald manifestava il suo disgusto della vita. (Michelangelo Antonioni)

 

Mi sono trasferita in poco tempo nell’appartamento che conduce al mare. Mi sentivo agiata nel silenzio della strada. Un silenzio che non poteva esserci realmente ma si percepiva, era il silenzio di casa.
C’era una stanza, lunga e stretta, nel quale componevo le mie fotografie ogni volta che passavo di lì. “Crea e rinasci”, pensavo. E tu? Com’è che pensi? Sai a volte credo nella magia della rinascita, silenziosa appare e si assenta per attimi, per poi ritornare. Velocità, luce, tempo, ricordi sbiaditi e qualcosa che emerge, secondi per impressionare. Ero lì, e tutto riaffiora.

Jane: La mia vita privata è già un tale pasticcio: sarebbe un distrastro se…
Thomas: E allora? Un disastro è quello che ci vuole, per vedere chiaro nelle cose.

Blow-up: tecnica di ingradimento su una fotografia nel quale realtà e finzione si conciliano, vivono un incastro.  Blow up, 1966, diretto da Michelangelo Antonioni, sceneggiato insieme a Tonino Guerra e prodotto da Carlo Ponti, è una pellicola ermetica, un racconto con un filo narrativo aggrovigliato. Spiamo la vita di Thomas, protagonista, giovane fotografo, nella ricerca continua di una qualche ispirazione per i suoi scatti. Ricerca che si denota dal suo approccio con le modelle, un’elica acquistata in un negozio d’antiquariato, il foglio viola calato dietro la camicia a scacchi di Jane e lo sguardo posato su ciò che lo circonda.  Il tema dell’ambiguità si assapora innumerevoli volte che qui, in questa pellicola, la percezione dello spazio, della storia, non ha una singola verità, a patto che ci sia.

Tra illusioni e realtà, tra parole poco esitate e il disordine di Thomas.
Thomas, sale le scale, il tocco del tacco ci invita a guardarlo, ci troviamo al piano superiore, luce gialla si diffonde nella stanza e il suo corpo risponde automaticamente nello srotolarsi del rullino, di quella giornata nel grigio parco londinese. Prendono forma i dubbi, una conseguenzialità che si assenta e si riprende nella scoperta del caso, dell’omicidio nel parco, da un’immagine ingrandita per l’appunto. E’ davvero tutto qui? E’ reale ciò che vede? Ciò che osserva? Tu cos’è che percepisci?

Herbie Hancock, il 68’ che viene citato ancor prima dell’avvento, la sigaretta lenta nel passaggio tra le dita, il pubblico che non oscilla al suon dei Yardbird ma resta immobile, una scena perfomativa quasi, in cui si respira staticità fino all’esatto momento del lancio del pezzo della tastiera della chitarra, le persone in guerra, in lotta per tenerlo con sè e nient’altro, una lotta senza significato.
Si racconta la vita del protagonista e il suo rapporto con l’esterno, tra frammenti di vita, attimi immutabili.

Quando guardai questa pellicola, creai la camera oscura nel famoso appartamento, se fosse vero o meno non oso dirtelo, ma io ho dei rullini in sospeso.

Così una distesa del verde parco si apre dinnanzi a te, poco importa cos’è accaduto, ma qui i mimi continuano a giocare nel silenzio di ciò che udiamo, Thomas ha per mano la sua macchina fotografica, rilancia anche lui la pallina da tennis, il gioco prende vita e lui qui non osa scattare.

Anche qui credo sia essenziale andare oltre, oltre l’arte, un po’ più lontano da come si percepisce, da come ti percepisci.

 

“Non è colpa mia se non c’è pace. C’è chi fa il torero, il deputato. Io faccio il fotografo

 

 

Camera Chiara: Parte prima

F.
Le piacciono i dettagli delle persone, dei corpi, delle situazioni che vengono a crearsi e quando può li racchiude in uno scatto. Predilige la fotografia analogica e ama il suono del riavvolgimento pellicola. Le piace girare in bicicletta per le vie del centro e le colazioni all'aperto. Il suo nome è Federica, la trovate nei link che seguono.

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